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15 marzo 2020

 Tutto sul Trust, la protezione del patrimonio e le società fiduciarie.

( tutela patrimoniale e familiare).

Il Trust

Il trust – che nella sua traduzione letterale significa “fiducia” – è un istituto del sistema giuridico anglosassone di common law, sorto nell’ambito della giurisdizione di equity, il cui scopo è regolare una molteplicità di rapporti giuridici di natura patrimoniale .

In particolare, il trust è un rapporto giuridico che nasce da un atto dispositivo inter vivos o mortis causa, con cui il soggetto disponente (settlor) – che può essere una persona fisica o un ente (con o senza personalità giuridica) – trasferisce tutti o parte dei suoi beni (asset) ad un trustee, il quale ha il compito di amministrarli e gestirli secondo quanto previsto nell’atto istitutivo del trust, nell’interesse di un beneficiario (beneficiary) o al fine del raggiungimento di un determinato scopo (purpose). In tale ambito, talvolta figura anche un altro soggetto – il guardiano (protector o enforcer) –, nominato dal disponente quale supervisore dell’operato del trustee, con il potere di revocare e sostituire il trustee medesimo.

Sintetizzando, i soggetti del trust o – più correttamente – le “posizioni giuridiche”, sono le seguenti:

il disponente (osettlor o grantor), cioè colui che istituisce il trust;

l’amministratore (trustee), il quale ha il potere-dovere di gestire i beni secondo le “regole” deltrust, fissate dal disponente;

il beneficiario (beneficiary);

il guardiano (protector).

“Posizioni” e “soggetti” possono non coincidere. Infatti, lo stesso soggetto può assumere più di una posizione giuridica – come, ad esempio, nel “trust autodichiarato”, in cui un soggetto è nel contempo disponente e trustee –; così come più soggetti possono rivestire una medesima posizione – come nel caso del trust con una pluralità di disponenti .

L’effetto principale e connaturato al trust è il c.d. “effetto segregativo”, che determina la separazione dei beni conferiti dal patrimonio sia del disponente sia del trustee; da ciò discende che i beni conferiti non possono formare oggetto di azioni esecutive e/o cautelari, da parte né dei creditori particolari del disponente né dei creditori del trustee; fermi restando i limiti di cui agli artt. 2901 ss. e (ora) dell’art. 2929-bis c.c.

Nel caso di trust autodichiarato, la sua costituzione non determina – per contro – alcun trasferimento, ma si concretizza nella sola apposizione di un vincolo di destinazione su taluni beni del patrimonio del disponente. Per tale motivo, la giurisprudenza ne pone in dubbio la legittimità, affermando che «Il trust autodichiarato (o sham trust), il cui tratto distintivo è integrato dalla riunione del settlor, del trustee e del beneficiario nella medesima persona, travalica i limiti di ammissibilità configurati dall’art. 2 legge n. 364/1989. Presupposto coessenziale alla natura dell’istituto del trust è che il disponente perda la disponibilità di quanto conferitovi, al di là di determinati poteri che possano competergli in base alle norme costitutive. Tale condizione è ineludibile al punto che, ove risulti che la perdita del controllo dei beni da parte del disponente sia solo apparente, il trust è nullo e non produce l’effetto segregativo che gli è proprio».

É opportuno ancora rammentare che – con la Convenzione dell’Aja del 1985, ratificata senza riserve dall’Italia con la legge 16 ottobre 1989, n. 364, resa esecutiva ed in vigore dal 1º gennaio 1992 – l’Italia si è impegnata a riconoscere nel proprio ordinamento gli effetti dei trust aventi determinate caratteristiche, senza peraltro alcun obbligo di introdurre una disciplina interna del trust.

In assenza di una disciplina di riferimento, le “regole” di funzionamento del trust sono scelte dal disponente, seppure nel quadro normativo di riferimento (Convenzione dell’Aja, leggi straniere sul trust, leggi nazionali).

In tale contesto, si è – peraltro – posto il problema della legittimità del c.d. trust “interno”, ovvero del trust in cui tutti gli elementi soggettivi ed obiettivi sono legati ad un ordinamento che non qualifica lo specifico rapporto come trust (nel senso accolto dalla Convenzione), mentre esso è regolato da una legge straniera che gli attribuisce quella qualificazione. La Corte di Cassazione ha avuto occasione di pronunciarsi sul punto, riconoscendo cittadinanza al trust i cui elementi principali (parti, oggetto e luogo di stipulazione) siano collegati al territorio italiano, pur in assenza di una normativa nazionale. In particolare, sono fatti salvi gli effetti del trust, con particolare riguardo a quello cosiddetto interno, intendendosi per tale il trust che presenta quale unico elemento di estraneità rispetto all’ordinamento italiano la legge regolatrice, che deve essere necessariamente straniera (generalmente inglese), stante la mancanza nell’ordinamento italiano di norme specifiche in materia.

Come si è anticipato, dal trust conseguono necessariamente effetti peculiari, che possono coincidere con lo scopo per cui lo stesso è stato istituito:

separazione del patrimonio;

intestazione all’amministratore;

gestione fiduciaria, vincolata e responsabilizzata dei beni.

Sul piano operativo, il disponente – persona fisica o ente – conferisce i beni che costituiscono il fondo del trust; il conferimento è irrevocabile, cosicché i beni confluiscono nel fondo in via definitiva, uscendo dalla sua disponibilità materiale e giuridica (fatto salvo il caso del c.d. trust “autodichiarato”, sui cui v. supra, e a meno che siano previste riserve di usufrutto, possesso, ecc.). E il controllo sull’operato del trustee è esercitato da soggetti diversi dal disponente (es. protector), così da scongiurare il rischio che il trust possa essere considerato simulato.

Il trasferimento dei beni nel fondo del trust è vincolato da un legame che intercorre tra il settlor e il trustee: il c.d. “patto di fiducia”. In virtù di tale patto, il settlor (disponente) trasferisce l’intestazione – ma non la proprietà, così come è intesa nel diritto italiano – dei beni, perché vengano amministrati dal trustee nell’interesse dei beneficiari e nei limiti di quanto stabilito nell’atto istitutivo (deed of trust).

Le differenze del trust rispetto al mandato fiduciario di diritto continentale sono, tuttavia, molto profonde: nel mandato fiduciario, infatti, la proprietà dei beni appartiene solo formalmente al fiduciario, che si obbliga ad obbedire a dare corso a tutte le disposizioni del fiduciante, ivi compreso l’eventuale ordine di restituzione dei beni. Nel trust, invece, il trustee è pieno proprietario del bene in trust, sebbene sia vincolato nell’esercizio del proprio diritto dalle disposizioni contenute nell’atto istitutivo, da esercitare nell’interesse del beneficiary: in particolare, il trustee può alienare, permutare, concedere in locazione, dare a garanzia i beni in trust– alle condizioni del disponente e se ciò è funzionale alle volontà espresse nell’atto di trust dallo stesso disponente –; tuttavia, rispetto ad un pieno proprietario, egli non può distruggere la cosa (salva substantia rerum).

Come si è detto, il trustee può essere una persona fisica – un professionista di fiducia del settlor – o un ente (con o senza personalità giuridica), come ad esempio un fondo pensione; l’atto istitutivo del trust disciplina gli obblighi e i diritti del trustee e, in caso di pluralità di trustee, i modi di soluzione delle controversie.

Anche il beneficiary può essere una persona fisica o un ente (dotato o meno di personalità giuridica), ovvero ancora un insieme di soggetti determinati anche genericamente e/o non ancora esistenti al momento della costituzione del trust, come spesso avviene nei trust costituiti a scopo benefico.

Il protector – invece – è necessariamente una persona fisica (normalmente un professionista di fiducia del settlor), che garantisce la correttezza delle attività svolte dal trustee ed, eventualmente, svolge attività di supplenza del trustee.

I vantaggi dell’utilizzo del trust sono evidenti soprattutto con riferimento alla flessibilità dell’istituto rispetto agli strumenti tradizionali del diritto italiano, nonché ai possibili vantaggi economici. Tra l’altro, il trust è idoneo a realizzare una vasta molteplicità di scopi (anche nell’ambito del diritto societario: v. infra), che – tuttavia – devono essere considerati meritevoli, secondo i principi dell’ordinamento giuridico. Inoltre, le disposizioni contenute nel trust possono essere riservate, e questo può essere un ottimo motivo per la sua creazione; la riservatezza è riferita prevalentemente ai trust c.d. “opachi”.

L'utilizzo del trust nel diritto societario

Il trust può essere – anzitutto – utilizzato come strumento per consolidare patti di sindacato (voting trust), altrimenti esposti al rischio di defezione di alcuni aderenti.

Più in particolare, con il termine voting trust si intendono gli accordi con i quali alcuni soci di una società costituiscono un trustcon lo scopo di disciplinare l’esercizio del diritto di voto nelle assemblee e – a tale fine – trasferiscono al trust le loro partecipazioni: all’atto istitutivo del trust, contenente le norme alle quali il trustee dovrà adeguarsi nell’esercizio della propria funzione, segue l’atto di conferimento delle partecipazioni societarie in trust.

Si attua in tal modo un vero e proprio spossessamento da parte dei soci delle loro partecipazioni che vengono trasferite al trustee, il quale dovrà esercitare i diritti relativi secondo le indicazioni contenute nell’atto istitutivo del trust e concordate dai disponenti. L’atto istitutivo potrà anche prevedere che le partecipazioni ad esso trasferite, alla cessazione del trust, vengano attribuite, invece che ai disponenti, a beneficiari predeterminati o, addirittura, individuati dal trustee in base a criteri predefiniti dal disponente.

Gli elementi principali del voting trust sono:

l’emissione da parte del trust e a favore dei disponenti di “trust certificate” relativi alle partecipazioni societarie conferite;

la previsione che il trustee nelle deliberazioni assembleari debba comportarsi secondo le prescrizioni dell’atto istitutivo del trust. Si potrebbe anche prevedere che il trustee debba, prima del compimento di determinate operazioni, chiedere il consenso di soggetti terzi, quali il guardiano;

il diritto del trustee di ricevere i dividendi spettanti alle partecipazioni conferite nel trust;

il diritto deltrustee di esercitare la prelazione nel caso in cui uno dei soci disponenti intenda cedere il proprio “trust certificate”;

la previsione di un termine di durata del trust (obbligatorio per la maggior parte delle legislazioni statunitensi) e comunque il diritto dei disponenti di porre fine al trust medesimo, con il loro consenso unanime.

Rispetto ai patti parasociali si ha dunque un evidente vantaggio, giacché nelle assemblee è presente il solo trustee e non i singoli soci, e dunque non è possibile l’esercizio del diritto di voto in modo difforme da quanto previsto nell’atto istitutivo del trust.

Sotto il profilo della tutela, l’operato del trustee può essere in ogni caso controllato attraverso gli strumenti propri del trust, in primo luogo la figura del guardiano (che può essere anche lo stesso disponente), al quale il trustee può essere tenuto a rivolgersi in determinate ipotesi previste dall’atto istitutivo. Il potere del guardiano può essere esteso anche alla sostituzione del trustee, che si sia reso inadempiente agli obblighi imposti dal trust e contro il quale è sempre possibile agire in via risarcitoria.

Il trust consente, inoltre, di andare oltre il possibile assetto di interessi realizzabile per mezzo dei patti di sindacato, attribuendo efficacia reale alle obbligazioni assumibili da ciascun sottoscrittore. Ed infatti, ponendo in capo al trustee le partecipazioni, ciascun disponente perde la qualifica di socio in favore del trustee medesimo, il quale diviene l’unico soggetto titolato ad intervenire e votare nelle assemblee, con conseguente eliminazione di ogni possibile difformità di voto rispetto all’orientamento, di volta in volta, espresso dai sottoscrittori dei patti di sin­dacato. Inoltre, inserendo nell’atto istitutivo un’apposita clausola recante l’indi­sponibilità per il trustee delle azioni conferite nel fondo, si può ottenere la garanzia che le azioni non possano essere alienate a terzi estranei al patto, assicurando quindi – anche per tale ipotesi – piena coercibilità al patto stesso.

La fusione e la scissione di società

Sempre attraverso l’intestazione delle partecipazioni, il trust può essere utilizzato per rendere più agevole la fusione fra società (o enti).

In particolare, al fine di evitare che – nel corso della fusione – i soci (soprattutto quelli di minoranza) frappongano ostacoli, possono conferire le loro azioni in un trust, il cui il trustee – solitamente un professionista esperto in operazioni straordinarie – ha l’incarico di portare a termine la fusione e, al termine, di riassegnare le azioni ai soci originari, nelle proporzioni previste.

In tale contesto, si potrebbe prevedere anche la presenza di uno o più protector, con il compito di vigilare sulla corretta esecuzione – da parte del trustee – delle disposizioni impartite.

Il trust può essere utilizzato nella scissione di società (o enti), al fine di soddisfare le stesse esigenze.

Le stock option

Con una finalità leggermente diversa, il trust può essere utilizzato nel­l’ambito di piani di stock option.

In particolare, lo schema operativo potrebbe essere il seguente:

una società istituisce un trust al fine di conferirvi, al termine di ciascun esercizio, una somma a titolo di premio per gli obiettivi economici raggiunti dagli amministratori e dai dipendenti;

con tali somme ed eventualmente con capitale preso a prestito, il trustee sottoscrive (o acquista) le azioni della società stessa;

per tutta la durata del mandato degli amministratori o del rapporto di lavoro con i dipendenti, il reddito prodotto dalle azioni di titolarità del trust viene utilizzato per il graduale rimborso dell’eventuale prestito;

le azioni vengono detenute e amministrate in nome e per conto dei destinatari, che ne acquisiscono la proprietà solo al momento della cessazione del mandato (per gli amministratori) ovvero dell’interruzione del rapporto di lavoro o del raggiungimento dell’età pensionabile (per i dipendenti);

il trustee trattiene una quota predeterminata delle azioni fino a quando non sia decorso il termine previsto nel patto di non concorrenza o in altra clausola contrattuale;

la società rimane beneficiaria delle eventuali somme che non dovessero essere (definitivamente) attribuite ai destinatari.

Il trust risponde – quindi – ad una duplice esigenza:

per i destinatari, vedere segregati in un “patrimonio separato” i premi maturati ed acquisire le azioni quando se ne verificheranno i presupposti;

per la società, controllare il rispetto degli obblighi contrattuali.

In particolare, i vantaggi (definitivi) per i destinatari si concretizzano al termine del mandato o al momento dell’interruzione del rapporto di lavoro, in quanto entrano nella loro disponibilità le azioni accumulate durante gli anni di servizio prestato. Da questo momento, se la società è quotata, i destinatari sono liberi di vendere le loro azioni sul mercato come qualsiasi altro azionista; mentre, se la società non è quotata e se è previsto, possono rivendere le loro azioni alla società stessa.

Per la società emittente, l’emissione delle nuove azioni garantisce un flusso di denaro che può essere utilizzato per il miglioramento della gestione aziendale, per la ristrutturazione interna o per la realizzazione di strategie di straordinaria amministrazione quali fusioni, privatizzazioni o quotazioni.

Inoltre, i benefici di tale operazione non sono solo di natura economica, ma si estrinsecano anche in maggiori motivazioni degli amministratori e dei dipendenti, che risultano incentivati a migliorare le loro prestazioni.

La gestione unitaria della holding di famiglia: il family trust

Il venir meno dell’imprenditore, con il subingresso di coeredi che non hanno necessariamente le stesse capacità imprenditoriali del fondatore e – spesso – neppure uniformità di vedute, è un momento di forte criticità per le sorti dell’impresa. Ne consegue che la gestione efficiente del trapasso generazionale è un’esigenza fortemente avvertita nel mondo imprenditoriale, tenuto anche conto del fatto che la maggior parte delle imprese italiane assume dimensioni medio-piccole e normalmente appartiene ad un unico nucleo familiare.

L’impiego del trust nella programmazione dei passaggi generazionali si rileva, quindi, particolarmente efficace nel perseguire congiuntamente le seguenti esigenze:

tutela dell’integrità del patrimonio aziendale: tale esigenza è avvertita soprattutto in presenza di una molteplicità di coeredi con differenze sul piano delle capacità imprenditoriali, della propensione al rischio e degli interessi;

tutela del patrimonio aziendale nei confronti di soggetti terzi o di componenti indesiderati della famiglia: l’imprenditore teme che soggetti terzi si avvicinino alla famiglia per appropriarsi di parte del patrimonio o che gli eredi cedano l’azienda ai concorrenti;

scelta di chi tra i coeredi sarà il vero continuatore dell’impresa di famiglia: è particolarmente avvertita l’esigenza di affidare l’impresa ai successori che dimostrino di avere particolari capacità imprenditoriali;

eventuale mantenimento del controllo da parte dell’imprenditore fino alla sua morte.

In particolare, il trust può essere proficuamente utilizzato soprattutto nel passaggio generazionale di quote societarie di imprese (collettive) di matrice familiare: attraverso il trust il disponente (settlor) può disporre il trasferimento delle partecipazioni ai propri eredi, affidandone la gestione ad un soggetto di fiducia (trustee), il quale le amministra nell’interesse dei beneficiari.

È, dunque, un utile strumento per assicurare un controllo unitario su una holding di famiglia e per tutelare in modo imparziale gli interessi sia dei familiari “attivi” (coloro che si occupano della gestione della società) sia di quelli “passivi” (coloro che partecipano alla società solo a titolo di investimento di capitale), in conformità alle esigenze ed alle aspirazioni di ciascuno di essi.

È vero che le esigenze sopra elencate potrebbero essere soddisfatte con la donazione. Tuttavia, alcuni istituti successori – e, in particolare, l’azione di riduzione e l’istituto della collazione – potrebbero impedirne di fatto la praticabilità. I legittimari lesi dalla donazione possono – infatti – agire in riduzione contro il donatario delle partecipazioni; inoltre, ciascun coerede familiare – salvo espressa dispensa dalla collazione – può pretendere che, del valore che le partecipazioni avranno al tempo dell’apertura della successione, si tenga conto nelle operazioni e nei conteggi della divisione ereditaria.

La legge 14 febbraio 2006, n. 55, nell’introdurre il c.d. “patto di famiglia”, ha inteso ovviare a queste difficoltà prevedendo che i beni oggetto del patto di famiglia (aziende o partecipazioni sociali) non possano essere assoggettati né ad azione di riduzione né a collazione. Le regole proprie della tutela della legittima vengono – quindi – sterilizzate relativamente al mondo dell’impresa, continuando ad operare per il restante patrimonio dell’imprenditore: in pratica, è come se si avessero due successioni di due persone diverse con masse completamente autonome tra di loro, assicurando la tutela della stabilità del bene produttivo e – contemporaneamente – eliminando il rischio di disgregazione dello stesso a seguito dell’apertura della successione.

Tuttavia, sono stati individuati alcuni limiti endemici all’impiego dei patti di famiglia nella programmazione dei passaggi generazionali :

la limitazione relativa ai soggetti in favore dei quali può essere effettuato il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni, potendo essere questi solo i discendenti dell’imprenditore;

la limitazione dell’oggetto del trasferimento, che non può essere costituito da partecipazioni di minoranza;

la necessità del consenso unanime dei legittimari;

la circostanza che i legittimari sopravvenuti possono, a determinate condizioni, condurre all’annullamento del patto.

Inoltre, può accadere che i discendenti dell’imprenditore siano troppo giovani e non è possibile sapere chi tra loro avrà la stoffa dell’imprenditore e potrà essere quindi meritevole di continuare l’attività imprenditoriale.

Un’utile alternativa al patto di famiglia è costituita dal trust, che offre una serie di vantaggi:

titolarità unitaria delle partecipazioni;

regolamentazione, tramite l’atto istitutivo del trust, delle modalità di gestione e dell’esercizio dei diritti inerenti le partecipazioni sociali;

segregazione delle partecipazioni conferite nel trust, con conseguente indifferenza rispetto alle vicende dei singoli soggetti (quali il divorzio, il fallimento, il decesso).

In particolare, con il trust viene affidato al trustee il “controllo proprietario” dell’impresa, con il risultato di mantenere l’unità degli assetti proprietari e – nel caso frequente in cui oggetto del trust non sia l’azienda ma le partecipazioni che la rappresentano – di continuare ad affidare la gestione agli amministratori in carica, senza discontinuità di politiche aziendali.

In tale prospettiva, può essere opportuno istituire un trust in cui confluiscano tutte le partecipazioni sociali, che vengono intestate al trustee, oltre agli altri beni di famiglia necessari per soddisfare gli altri legittimari; in tale modo, la politica gestionale del trust viene realizzata in modo unitario da un unico soggetto (il trustee) e non – invece – da diversi soggetti, spesso in conflitto tra di loro. È inoltre possibile designare un protector del trust, con la funzione di sorvegliare l’operato del trustee ed eventualmente di sostituirlo qualora non dia corso alle indicazioni contenute nell’atto istitutivo (deed of trust); oltreché, eventualmente, di esercitare un controllo sulla gestione societaria.

Inoltre, compito del trustee non è solo quello di garante della continuità sul piano della conduzione dell’impresa (in conformità alle indicazioni provenienti dal fondatore dell’impresa), ma anche e soprattutto quello di individuare – all’interno del gruppo dei beneficiari – i discendenti più idonei ad assumere il controllo aziendale. Tale valutazione non potrà prescindere da criteri il più possibile oggettivi, da indicarsi nell’atto di trust, quali – ad esempio – il senso degli affari, il senso di responsabilità, l’attitudine imprenditoriale, la propensione al rischio d’impresa.

Inoltre, è possibile garantire – al capofamiglia – la conservazione della carica di amministratore unico, anche attraverso il rinnovo da parte del trustee incaricato, fino al momento (prestabilito o da valutare secondo determinati criteri prescelti) in cui questi sarà in grado di amministrare la società.

Al suo decesso (o al verificarsi di altre cause), poi, è possibile prevedere la nomina di uno dei figli (quello interessato a gestire la società), evitando così che – in seno alla stessa – possano insorgere contrasti tra gli eredi. Nel contempo, è possibile disporre – a favore degli altri figli – la provvista necessaria per assicurare gli obiettivi da questi perseguiti.

Infine, sotto il profilo della tutela patrimoniale, poiché la titolarità dei beni viene conferita nel fondo, i beni stessi risultano separati dalla massa patrimoniale sia del disponente sia del trustee; con la conseguenza che non sono aggredibili da parte dei suoi creditori.

In sintesi, il disponente – attraverso il trust – può:

creare i presupposti per la trasmissione patrimoniale;

conservare – fino al tempo della propria permanenza in vita (o della capacità di gestire l’impresa collettiva) – la carica di amministratore unico;

fare in modo che il suo patrimonio non sia aggredibile da alcun creditore personale.

Il trust a garanzia dei debiti

Il trust per l’acquisto di un immobile

Anzitutto, potrebbe prospettarsi il caso in cui imprenditore intenda acquistare un immobile strumentale all’esercizio della propria attività, facendo ricorso ad un mutuo garantito da ipoteca sull’immobile medesimo. Se si ricorresse al modello classico (mutuo ipotecario erogato all’imprenditore), la banca – anche se titolare della prelazione ipotecaria – rientrerebbe nel novero dei creditori dell’imprenditore, con la conseguenza che le eventuali somme di cui disporrà quest’ultimo saranno destinate non solo al pagamento del mutuo, ma anche al soddisfacimento degli altri debiti, e ciò secondo l’ordine di priorità che – di volta in volta – l’imprenditore medesimo riterrà più opportuno.

È vero che, in caso di inadempimento, la banca potrà attivare il procedimento di esecuzione immobiliare, ma con risultati incerti in termini di risultato, tenuto anche conto dei tempi del procedimento e degli oneri ad esso correlati.

In tale ipotesi, potrebbe invece – più opportunamente – essere istituito un trust di scopo, che provveda all’acquisto dell’immobile e all’assunzione del mutuo ipotecario; l’immobile verrebbe, quindi, concesso in locazione all’imprenditore e i canoni destinati ad onorare le rate del mutuo.

Con tale operazione, la banca godrebbe di una serie di vantaggi:

l’immobile non entrerebbe a far parte del patrimonio dell’imprenditore (almeno fino al completo pagamento del mutuo);

il trust non assumerebbe debiti ulteriori rispetto a quello contratto con la banca stessa e, pertanto, tutti i flussi finanziari potrebbero essere destinati al rimborso del mutuo;

in caso di mancato pagamento del numero di rate preventivamente stabilito tra la banca e l’imprenditore, l’immobile potrebbe essere venduto direttamente dal trustee, in tempi rapidi, senza costi legali e con il procedimento concordato tra le parti in sede di istituzione del trust, evitando così la procedura esecutiva.

Pare opportuno rammentare che lo scenario normativo di riferimento ha subìto una profonda modifica negli ultimi mesi, soprattutto in forza di due provvedimenti legislativi:

il d.lgs. 21 aprile 2016, n. 72, recante “Attuazione della direttiva 2014/17/UE, in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali nonché modifiche e integrazioni del titolo VI-bis del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, sulla disciplina degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi e del decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141”, il quale ha introdotto – nel. T.U.B. – il nuovo art. 120-quin­quiesdecies(“Inadempimento del consumatore”), prevedendo che:

– «1. Fermo quanto previsto dall’articolo 2744 del codice civile, le parti possono convenire, con clausola espressa, al momento della conclusione del contratto di credito, che in caso di inadempimento del consumatore la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione dell’intero debito a carico del consumatore derivante dal contratto di credito anche se il valore del bene immobile restituito o trasferito ovvero l’ammontare dei proventi della vendita è inferiore al debito residuo. Se il valore dell’immobile come stimato dal perito ovvero l’ammontare dei proventi della vendita è superiore al debito residuo, il consumatore ha diritto all’eccedenza. In ogni caso, il finanziatore si adopera con ogni diligenza per conseguire dalla vendita il miglior prezzo di realizzo. La clausola non può essere pattuita in caso di surrogazione nel contratto di credito ai sensi dell’articolo 120-quater.

Il trust a garanzia di un prestito obbligazionario

Il trust può, inoltre, essere opportunamente utilizzato come strumento di garanzia a fronte dell’emissione di un prestito obbligazionario.

In particolare, una società che dispone di un immobile e intende emettere un prestito obbligazionario potrebbe concedere l’immobile medesimo a garanzia, ma con una serie di inconvenienti, tra cui – da una parte – l’impossibilità di accantonare i frutti dell’immobile ad esclusivo vantaggio degli obbligazionisti e – dall’altra – la necessità (per questi ultimi) di ricorrere ad una procedura esecutiva immobiliare in caso di inadempimento.

In alternativa, la società emittente potrebbe ricorrere ad un trust, nell’ambito del quale gli obbligazionisti – per accrescere il loro grado di tutela – potrebbero designare un tutore (enforcer), con funzione di controllo e supervisione dell’operato del trustee. In particolare, potrebbero essere seguiti due diversi “percorsi”: il primo “diretto” e il secondo “indiretto”.

Con il primo, la società potrebbe conferire l’immobile in un trust, a garanzia del pagamento delle cedole e del rimborso del capitale. Alla scadenza del prestito, se la società adempirà regolarmente le proprie obbligazioni, il trustee retrocederà l’immobile; in difetto, procederà alla sua vendita e con il ricavato soddisferà gli obbligazionisti dei loro crediti, retrocedendo l’eventuale eccedenza alla società. Si potrebbe anche prevedere una variante nell’atto istitutivo del trust, ossia che il trustee utilizzi i canoni di locazione incassati, per pagare le cedole del prestito obbligazionario; anche in tale ipotesi, il trustee – in caso di inadempimento – utilizzerà i canoni di locazione incassati e il ricavato della vendita dell’immobile per pagare gli obbligazionisti.

Con il secondo, invece, la società potrebbe procedere preliminarmente al conferimento degli immobili in una società immobiliare di nuova costituzione, trasferendo poi al trustee le relative quote di partecipazione. In caso di adempimento, il trustee retrocederà alla società disponente le quote di partecipazione; in difetto, avrà due opzioni per procedere al soddisfacimento degli obbligazionisti: vendere l’immobile e liquidare la società oppure cedere la partecipazione. Anche in tale ipotesi, il trustee potrebbe utilizzare i dividendi incassati per pagare le cedole del prestito obbligazionario.

Quale che sia la configurazione prescelta, il trust consente di ottenere i seguenti risultati:

l’immobile e i relativi frutti vengono segregati dalle pretese dei creditori della società disponente;

i frutti dell’immobile (o della partecipazione nella newco), se previsto, possono essere destinati al pagamento delle cedole;

in ipotesi di mancato pagamento delle cedole o di mancato rimborso del capitale, iltrustee potrà adottare – d’intesa con il tutore (enforcer) e quindi con piena trasparenza nei confronti degli obbligazionisti – la soluzione liquidatoria preferibile.

Il trust per la liquidazione

I trust liquidatori possono distinguersi in diverse categorie:

i trust “puramente liquidatori”: realizzano una modalità alternativa alla liquidazione disciplinata dagli art. 2487 ss. c.c., consentendo al trustee di eseguire le operazioni di liquidazione e alla società posta in liquidazione di procedere immediatamente alla cancellazione dal Registro delle Imprese;

i trust “protettivi”: sono istituiti da un imprenditore in bonis per prevenire azioni esecutive da parte di creditori “pericolosi”, conferendo in un trust alcuni beni destinati alla loro soddisfazione ;

i trust “di salvataggio”: sono utilizzati da un imprenditore in stato di crisi reversibile per supportare soluzioni negoziali della crisi;

i trust “falsamente liquidatori”: sono istituiti da imprenditori in stato di crisi irreversibile e hanno lo scopo di ostacolare le pretese creditorie e di procrastinarne il fallimento, “aspirando” al decorso del termine annuale previsto dall’art. 10 l. fall., che decorre dalla cancellazione dal Registro delle Imprese.

La giurisprudenza di merito aveva precedentemente affermato che – nel­l’ambito di fattispecie in cui la società posta in liquidazione trasferisca l’intero patrimonio sociale (attivo e passivo) a un trust, presenti il bilancio finale di liquidazione e ottenga la cancellazione dal registro delle imprese – la cessione senza corrispettivo, dunque senza realizzo, al trust non coincide con l’attività di liquidazione, che – quindi – non può considerarsi effettuata (anzi, neppure iniziata). In particolare, aveva ritenuto che la cancellazione costituisce l’esito di una fattispecie a formazione progressiva, articolata nell’accer­tamento ad opera degli amministratori della causa di scioglimento (art. 2484 c.c.), nella nomina assembleare del liquidatore (art. 2487 c.c.), nell’attività di liquidazione in senso proprio, culminante nella redazione del bilancio finale di liquidazione (art. 2492 c.c.); con la conseguenza che soltanto dopo l’appro­vazione del bilancio finale di liquidazione si può far seguito alla richiesta di cancellazione della società dal Registro delle Imprese. In definitiva, la cancellazione è lecita soltanto se è stata svolta l’attività di liquidazione e il fatto che si riservi la liquidazione a un terzo e non la si realizzi secondo il procedimento classico non conduce in alcun modo a ritenere conclusa l’attività liquidatoria.

La Corte di Cassazione invece, in una recente sentenza, pare – seppure solo implicitamente – aver confermato l’ammissibilità dell’impiego del trust per svolgere la liquidazione da parte di una società in bonis, a condizione che non vengano danneggiati gli interessi dei creditori.

Se si tiene conto dell’“apertura” della giurisprudenza di legittimità, si può – quindi – ritenere che l’imprenditore (individuale o collettivo) possa conferire in un trust i beni necessari a soddisfare i propri creditori, nel rispetto dei gradi di preferenza.

A tale fine, l’imprenditore potrebbe procedere come segue: i) istituisce un trust conferendogli i beni necessari alla liquidazione; ii) il trustee procede alla vendita dei beni conferiti, alle migliori condizioni possibili, e distribuisce il ricavato della vendita ai creditori (secondo quanto spettante a ciascuno di essi); iii) il trustee restituisce l’eventuale eccedenza al disponente.

In tal modo:

i beni conferiti nel trust vengono segregati dal patrimonio del disponente e si elimina così il rischio che i beni conferiti siano sottoposti a procedure esecutive in capo al debitore;

il compito di alienare i beni viene affidato ad un soggetto in possesso di adeguata competenza professionale;

si ripartiscono tra i creditori sociali le somme ottenute per effetto dell’a­lienazione dei beni conferiti nel trust, rispettando le cause legittime di prelazione;

si tiene adeguatamente conto delle posizioni creditorie incerte nell’esi­stenza e/o nell’ammontare;

si restituisce al disponente l’eccedenza del ricavato.

La trasformazione di trust in società

Recentemente è stata anche avanzata l’ipotesi di istituzione di un trust attraverso lo strumento giuridico della trasformazione eterogenea di società di capitali.

La giurisprudenza si è occupata del tema una sola volta, negando l’iscrivibilità nel Registro delle Imprese di una deliberazione di trasformazione di una società di capitali in trust.

L’ipotesi prospettata è quella della trasformazione eterogenea regressiva, disciplinata dall’art. 2500-septies c.c., cioè della trasformazione di una società di capitali in consorzio, società consortile, società cooperativa, comunione di azienda, associazione non riconosciuta o fondazione.

Se si tiene conto del tenore letterale della norma, la trasformazione di una società di capitali in trust dovrebbe essere radicalmente esclusa, soprattutto in ragione del principio di tipicità delle ipotesi di trasformazione eterogenea. Tuttavia la pretesa tassatività delle ipotesi di trasformazione eterogenea indicate nell’art. 2500-octies c.c. è stata posta in dubbio dalla dottrina, che – in senso contrario alla giurisprudenza di merito – ritiene che il “catalogo” contenuto nel Codice Civile non sia chiuso ma, sia pure entro certi limiti, aperto.

Con particolare riguardo alla trasformazione in trust, si individua un punto di forza nella previsione espressa – nell’ambito della trasformazione eterogenea – della trasformazione in comunione di azienda, sul riflesso che quest’ul­tima non dà luogo a soggettività giuridica, al pari del trust.

Operativamente, vi sono alcuni casi in cui la trasformazione di una società in trust può essere utile: ad esempio, al fine di ottimizzare la liquidazione della società (in alternativa alle possibilità più sopra illustrate) ovvero di eliminare dal mondo giuridico una società di comodo. Nella prima ipotesi, la trasformazione verrebbe utilizzata per la «soppressione dell’ente senza liquidazione, senza preventivo appuramento ed estinzione delle passività»; in altri termini la trasformazione di società in trust avrebbe la stessa funzione della trasformazione in comunione di azienda, costituendo un’alternativa alla liquidazione estintiva della società.

Come già si è detto, la trasformazione della società in trust con tale finalità era stata posta – almeno sino a poco tempo fa – in dubbio, sul riflesso che il procedimento di liquidazione sarebbe necessario e inderogabile; la situazione pare, peraltro, essersi più di recente modificata, alla luce della posizione assunta dalla giurisprudenza di legittimità.

Nel caso di utilizzo del trust, può essere individuato un ulteriore elemento di criticità, dovendosi escludere che i trustee e i beneficiari possano essere esclusivamente gli stessi soci, perché ciò implicherebbe coincidenza tra la posizione di trustee e quella di beneficiari del trust, che – almeno secondo un certo orientamento – sarebbe inammissibile (v. supra il c.d. “trust autodichiarato”). Sarebbe, quindi, necessario che l’atto istitutivo del trust prevedesse beneficiari ulteriori rispetto agli originari soci: in tal caso, infatti, la coincidenza tra beneficiari del trust e trustee non sarebbe assoluta.

Potrebbero, quindi, prospettarsi le seguenti fattispecie:

trasformazione di società in trust che preveda quale trustee un terzo e beneficiari i soci medesimi: in tale ipotesi si verifica un effetto di continuità riferibile al patrimonio, che rimane il medesimo, mentre c’è totale discontinuità con riferimento al soggetto titolare di esso; il trust fund, infatti, all’esito della trasformazione passerebbe nella disponibilità del trustee e non dei soci;

trasformazione di società in trust che preveda quale trustee un terzo e beneficiari estranei rispetto ai soci (da soli o in aggiunta ai soci medesimi): in questo caso i destinatari finali del patrimonio già sociale non sarebbero (soltanto) i soci ma anche (o esclusivamente) terzi (ad esempio i figli dei soci oppure i creditori sociali);

trasformazione di società in trust che preveda quali trustee i soci e beneficiari gli stessi soci e ulteriori soggetti: il trust che sorgerebbe per effetto di tale trasformazione di società in trust potrebbe, peraltro, configurarsi come trust autodichiarato (con tutte le conseguenze, di cui si è detto, in ordine alla sua eventuale illegittimità).

Un’ulteriore ipotesi che potrebbe essere prospettata è quella della trasformazione di società in trust di scopo: il trust di scopo si caratterizza per l’as­senza di beneficiari individuati (o anche solo individuabili). L’operazione di trasformazione di una società in trust di scopo può condurre, alternativamente, al sorgere di un trust charitable (benefico) ovvero non charitable, nel quale ultimo caso esso è considerato valido soltanto se regolato da una legge diversa da quella inglese, che ne preveda espressamente la validità. La necessità di imputare i risultati della gestione del patrimonio e il patrimonio stesso ai soci per effetto della trasformazione eterogenea sembra porsi in contrasto con la natura propria del trust di scopo; quest’ultimo – infatti – non prevedendo beneficiari, avrebbe l’effetto di determinare la permanenza dei risultati della gestione del patrimonio in capo al trust medesimo e non in capo agli ex soci.

In ogni caso, ove si dovesse giungere alla conclusione della illegittimità della trasformazione della società in trust, si potrebbero individuare altre soluzioni percorribili per giungere al medesimo risultato, senza violare le norme imperative in materia di liquidazione della società:

una prima soluzione consiste nell’istituzione di più trust, i cui trustee (anche terzi rispetto ai soci) procederebbero all’acquisto delle partecipazioni diventando soci della società, che poi si trasformerebbe in comunione di azienda;

altra soluzione consiste nel trasformare previamente la società in comunione di azienda: gli ex soci, a questo punto, potrebbero conferire in un trust la comunione d’azienda, affidandone la gestione a un trustee terzo, a vantaggio di beneficiari che potrebbero a loro volta essere terzi rispetto agli ex soci;

un’ultima soluzione consiste nel conferimento delle quote di partecipazione della società in un trust e nella “trasformazione” della società in impresa individuale: l’ammissibilità di tale fattispecie presuppone, peraltro, la soluzione positiva (che non è affatto scontata) della trasformazione di società in impresa individuale.

LA TRASFORMAZIONE

L’istituto della trasformazione, ampiamente innovato dal D.lgs. 17 Gennaio 2006 n.6, è regolato dagli articoli che vanno dal 2498 al 2500 novies del codice civile.

La trasformazione costituisce una modifica della forma giuridica di una società, le cui motivazioni possono essere legate a fattori interni (di natura giuridica, di natura finanziaria, connessi alla struttura aziendale e di natura economica) ed esterni (normativa civilistica e fiscale, tipologia del mercato di operatività, sviluppo del settore e necessità di investimenti tecnologici).

Il codice civile dall’art. 2500 ter all’art. 2500 quinquies, disciplina la trasformazione, così detta evolutiva, da società di persone in società di capitali, regolamentando le maggioranze assembleari necessarie, la stima del patrimonio sociale, l’assegnazione di azioni o quote ai soci e le responsabilità dei soci.

L’art. 2500 sexies c.c. disciplina la trasformazione così detta regressiva, da società di capitali in società di persone, regolamentando le maggioranze assembleari, gli obblighi informativi degli amministratori, l’assegnazione della partecipazione ai soci, nonché la loro responsabilità.

Il codice civile non regolamenta invece in modo espresso la trasformazione nell’ambito delle società di persone e delle società di capitali, anche se tali operazioni sono certamente realizzabili, non rilevando il legislatore in tali contesti, particolari rischi di danno verso terzi soggetti.

Il decreto legislativo sopra citato introduce e regolamenta nell’ordinamento nazionale l’istituto della “trasformazione eterogenea” (art. 2500 sepites, art. 2500 octies e art. 2500 novies del codice civile).

Due sono le tipologie di trasformazione previste:

a) da società di capitali in consorzi, società consortili, società cooperative, associazioni non riconosciute, fondazioni, comunioni d’azienda, ( trasformazione eterogenea regressiva) disciplinata dall’art. 2500 septies del c.c. in riferimento alle maggioranze assembleari, agli obblighi informativi degli amministratori, all’assegnazione delle partecipazioni. Specifiche norme sono previste per la

trasformazione in fondazioni;

b) da consorzi, società consortili, società cooperative, associazioni non riconosciute, fondazioni, comunioni d’azienda in società di capitali (S.p.a., S.r.l., S.a.p.a.) (trasformazione etrogenea evolutiva) disciplinata dall’art. 2500 octies del c.c. in riferimento alle maggioranze assembleari e all’assegnazione delle partecipazioni. Specifiche norme sono previste per la trasformazione di fondazioni;

L’art. 2500 novies regolamenta i termini di effetto della trasformazione eterogenea e la facoltà di opposizione dei creditori sociali.

E’ in tale complessivo contesto normativo che si pongono delle riflessioni sulla possibilità di addivenire alla trasformazione eterogenea regressiva di una società di capitali in trust, se pur non espressamente prevista dalla lettura letterale delle norme civilistiche.

TRASFORMAZIONE ETEROGENEA DA SOCIETÀ DI CAPITALI A TRUST

Prima di procedere nell’approfondimento circa la possibilità di trasformazione da società di capitali in trust è opportuno ricordare le linee guida della riforma di diritto societario decreto legislativo 6/2003 e 5/2003 e che si possono cosi riassumere: “libertà di cercare, nell’evolversi delle situazioni di mercato e/o aziendali, la forma giuridica più congeniale al loro sviluppo, oppure nel salvaguardare la continuità dell’impresa e la sua efficienza produttiva, rendendo l’impresa immune alle mutevoli vicende che possono riguardare i loro titolari”.

Le motivazioni possono essere le più varie e lasciate anche alla fantasia di ognuno; se ne possono tuttavia delineare alcune:

- volontà da parte dei soci di trasformare l’attività commerciale in ente non profit non avendo più l’interesse di produrre utili ma soltanto di salvaguardare il patrimonio aziendale e ciò senza estinguere l’ente;

- l’impossibilità al perseguimento dello scopo di lucro da parte dell’impresa e la trasformazione in ente non commerciale (soluzione società di comodo);

- volontà di dotarsi di una struttura più snella rispetto a quella societaria con riduzione dei costi;

- volontà da parte del socio di maggioranza, con possibilità di esercizio del diritto di recesso da parte dei soci dissenzienti, di attribuire all’impresa una veste che la rende immune da eventuali contrasti fra i potenziali eredi.

LIMITI ALLA TRASFORMAZIONE DA SOCIETA’ IN TRUST

Nella trasformazione eterogenea si possono individuare due tipologie di interessi:

- gli interessi dei soci;

- gli interessi di terzi.

Secondo uno studio del Consiglio Nazionale del Notariato (studio n. 17-2013/I), in riferimento agli interessi dei soci, è lo stesso legislatore a prevedere quorum deliberativi maggiorati, oltre che la possibilità di recesso e il problema del cambio del modello organizzativo (trasformazione di srl in trust) è superabile mediante la pretesa del consenso unanime.

Per quanto concerne gli interessi dei creditori, già l’art. 2500 –novies c.c. prevede il diritto di opposizione alla trasformazione da parte dei terzi, infatti lo stesso stabilisce quanto segue:

“In deroga a quanto disposto dal terzo comma dell'articolo 2500, la trasformazione eterogenea ha effetto dopo sessanta giorni dall'ultimo degli adempimenti pubblicitari previsti dallo stesso articolo, salvo che consti il consenso dei creditori o il pagamento dei creditori che non hanno dato il consenso. I creditori possono, nel suddetto termine di sessanta giorni, fare opposizione. Si applica in tal caso l'ultimo comma dell'articolo 2445.”

Quindi sembra superato il limite per la trasformazione eterogenea da società a responsabilità limitata in trust in riferimento agli interessi verso soci e verso terzi.

Rispetto del principio di continuità dei rapporti giuridici ed economia degli atti negoziali E’ necessario ora individuare se nella trasformazione eterogenea sono rispettati i seguenti principi:

- il principio di continuità dei rapporti giuridici ex art. 2498 c.c.;

- il principio di economia degli atti negoziali secondo cui, se a un determinato risultato si perviene attraverso un procedimento indiretto, non si comprende come lo stesso non possa avvenire con procedimento diretto.

L’articolo 2498 del codice civile cosi stabilisce: “Con la trasformazione l'ente trasformato conserva i diritti e gli obblighi e prosegue in tutti i rapporti anche processuali dell'ente che ha effettuato la trasformazione”.

Quello che si è inteso realizzare con l’introduzione della trasformazione eterogenea e’ un effetto non estintivo/novativo, bensì meramente modificativo. II risvolto pratico è la continuità dei rapporti sostanziali e processuali, che, appunto, come evocato dalla rubrica dell'articolo 2498 c.c., continuano in capo all’ente risultante dalla trasformazione. Nella trasformazione eterogenea si modificano le regole di organizzazione conservando tuttavia il vincolo di destinazione impresso nel patrimonio per l’esercizio dell’attività.

Secondo l’art.2500 septies del codice civile è trasformazione eterogenea regressiva la trasformazione di una società di capitali in consorzio, società consortile, società cooperativa, comunione di azienda, associazione non riconosciuta o fondazione. Dall’interpretazione letterale della norma è esclusa la trasformazione di società di capitali in trust, tuttavia la pretesa tassatività delle ipotesi di trasformazione eterogenea indicate nell’art. 2500-octies c.c. è contestata dalla dottrina che ritiene che l’elenco delle ipotesi di trasformazione eterogenea non sia tassativo.

Infatti nelle ipotesi di trasformazione eterogenea è indicato la trasformazione da società di capitali a comunione d’azienda e quest’ultima non da luogo a continuità soggettiva cosi come non lo è il trust tuttavia è possibile procedere alla trasformazione eterogenea in comunione d’azienda e quindi, per analogia, parrebbe possibile anche la trasformazione della società di capitali in trust.

Quale è l’elemento di congiunzione tra le ipotesi di trasformazione eterogenea espressamente previste dal codice civile e precisamente quelle di società di capitali in consorzio, società consortile, società cooperativa, comunione di azienda, associazione non riconosciuta o fondazione? Tale elemento non riguarda:

- l’omogeneità causale tra la situazione di partenza e quella di arrivo né dipende dalla natura giuridica di ente del soggetto risultante dalla trasformazione;

- non può essere la necessaria continuità dell’attività d’impresa nel soggetto risultante dalla trasformazione in quanto, nella trasformazione in comunione d’azienda, si esclude la continuazione diretta dell’attività imprenditoriale da parte dei comunisti.

L’unico elemento che viene preservato nelle ipotesi previste dal legislatore è la continuità e salvaguardia del patrimonio dell’organizzazione e della destinazione unitaria del complesso di beni e rapporti giuridici attivi e passivi, il quale resta immutato nella situazione di partenza e di arrivo, pur potendo essere dedicato ad attività affatto diversa (consortile, non di lucro) da quella (lucrativa) di partenza o addirittura risolversi in uno stato di fatto (esercizio in comune del diritto di proprietà).

Secondo tale interpretazione il principio di continuità indicato nell’art. 2498 del c.c. è inteso quale garanzia di salvaguardia delle componenti patrimoniali anche nelle ipotesi in cui l’assenza di tale principio avrebbe comportato necessariamente l’estinzione di un ente e la devoluzione del suo patrimonio ad altro soggetto giuridico.

Alla luce di quanto sopra esposto e leggendo quanto indicato nelle linee guida della riforma di diritto societario la domanda da porsi è:

quali sono gli elementi che impediscono una possibile trasformazione di srl in trust se:

a) sono rispettati gli interessi verso i soci;

b) sono rispettati gli interessi verso terzi;

c) è rispettato il principio di continuità inteso come rispetto del vincolo di destinazione e salvaguardia del patrimonio aziendale: diversamente non si comprende come sia possibile la trasformazione di srl in comunione di azienda.

TRASFORMAZIONE ETEROGENEA DELLA SOCIETA’ IN TRUST MEDIANTE

PROCEDIMENTO INDIRETTO

Evidenziati nei precedenti paragrafi i diversi profili che non sempre consentono di procedere alla trasformazione della società in trust, pur tenendo conto dell’evoluzione normativa, giurisprudenziale e, soprattutto dottrinale, che spinge a “non interpretare il nuovo con la lettera deformata del vecchio” è opportuno individuare eventuali soluzioni alternative che consentano di raggiungere il medesimo risultato, in particolare “senza violare le norme imperative in materia di liquidazione della società” (Studio n. 17-2013/I Consiglio Nazionale del notariato).

Percorso di trasformazione diretto e indiretto

La premessa delle seguenti considerazioni ed ipotesi rimane:

il principio di economia degli atti negoziali, in base al quale, se si può arrivare ad un determinato risultato attraverso un procedimento indiretto, non può ritenersi illecito giungere al medesimo risultato attraverso un procedimento diretto, e l’attuale limite rappresentato dalla necessità:

che si sia in presenza di un’azienda, condizione essenziale per realizzare la trasformazione della società in comunione d’azienda e, quindi, secondo un’interpretazione non letterale del citato art. 2500 septies c.c., in trust, e che i beneficiari siano gli stessi soci della società originaria; in merito a quest’ultimo aspetto parte della dottrina ritiene che i beneficiari dell’attività e del patrimonio già sociale non debbano essere esclusivamente i soci, purchè questi ultimi siano almeno “beneficiari secondari”.

Qualora, ricorrendo per analogia alle condizioni che rendono dubbia la trasformazione in comunione d’azienda, si ritenga di non poter procedere alla trasformazione in trust, si possono seguire diversi percorsi, che consentono di ottenere i medesimi risultati, salva sempre un’attenta verifica dei diversi oneri fiscali che ne potrebbero conseguire.

Ad esempio, nella trasformazione in trust, si ha una totale discontinuità con riferimento al soggetto titolare del patrimonio in quanto, all’esito della trasformazione esso “apparterrà” al trust fund e non ai soci; poiché nella comunione d’azienda (in forza della cui assimilazione, si rammenta, si ritiene di poter “estendere” al trust la trasformazione eterogenea) il patrimonio sociale deve appartenere ai soci in qualità di comproprietari, in quanto viene meno l’originario centro di imputazione giuridica, ossia la società, per consentire la trasformazione in trust bisogna adottare “un’interpretazione estensiva della norma che consente la trasformazione della società in comunione di azienda, ritenendo che essa comprenda, oltre quella “diretta”, altresì l’ipotesi della trasformazione “indiretta”” (studio n. 17-2013 citato) realizzata con l’affidamento al trustee dell’azienda stessa. Se si dovesse, invece, ritenere di stretta interpretazione la norma, si dovrà procedere (1^ procedura indiretta):

a) alla trasformazione della società in comunione di azienda, o, in assenza di azienda, alla liquidazione della società e all’assegnazione dei beni ai soci,

b) al “conferimento” dell’azienda, o dei beni residui, al trust; con questa soluzione i soci, inoltre, diventati disponenti del trust, potranno pure individuare beneficiari terzi, con ciò by passando una delle criticità dell’operazione che coinvolge il trust.

Altra alternativa possibile (2^ procedura indiretta), per ottenere il medesimo risultato, è rappresentata dalla preventiva istituzione di più trust, i cui trustee, anche terzi rispetto ai soci, procederanno all’acquisto delle quote della società; quest’ultima sarà poi trasformata in comunione di azienda; in questo modo è evidente come si risolva all’origine il problema della coincidenza tra soci e beneficiari; sarà, però, sempre necessario che la società “contenga” un’azienda.

II TRATTAMENTO TRIBUTARIO DELLA TRASFORMAZIONE ETEROGENEA DI SOCIETÀ

IN TRUST

Lo Studio n. 17-2013/1 approvato dalla Commissione Studi d’Impresa del Consiglio Nazionale del Notariato conclude che, forse, è trasformazione eterogenea di società in trust, in senso tecnico, solo quella che preveda la coincidenza tra ex soci e beneficiari e l'attribuzione del patrimonio sociale a un trustee terzo.

E’ noto che la trasformazione di società è istituto caratterizzato da neutralità fiscale, per cui, nel caso detta trasformazione fosse ritenuta fattibile, i vantaggi per gli operatori sarebbero notevoli. In particolare, lo strumento della trasformazione consentirebbe di risolvere il problema delle così dette società di comodo con costi molto contenuti rispetto a quelli che si avrebbero tramite la classica liquidazione (ovvero dello scioglimento seguito dall'assegnazione dei beni ai soci).

Permetterebbe inoltre la programmazione della distribuzione del patrimonio sociale in favore dei discendenti dei soci.

Il possibile trattamento tributario delle operazioni di trasformazione e del "passaggio" da società a trust mediante procedimento indiretto, dipende dagli "effetti concreti" prodotti da ciascuna di esse.

I due casi sono essenzialmente i seguenti:

A) Trasformazione di società in trust che preveda quale trustee un terzo e beneficiari i soci medesimi Se si ritiene fattibile l'operazione dal punto di vista civilistico, è fondato ritenere che dal punto di vista tributario, la posizione del trustee sarà ''neutra", così come affermato dalla stessa Agenzia delle Entrate, sia

per quanto riguarda le imposte dirette sia per quanto attiene alle imposte indirette (circolari 48/E del 6 agosto 2007 e circolare n. 3 del 22 gennaio 2008).

Per quanto riguarda l'imposta dl registro, la stessa dovrebbe applicarsi in misura fissa, ai sensi dell'art. 4, lett. c) della tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. 16 aprile. 1986, n. 131.

Per quanta concene l’Iva, l'imponibilità della trasformazione è espressamente esclusa dall'art. 2, comma 3, lett. f) del D.P.R. 26 ottobre l972, n. 633.

Quanto alle imposte dirette, si deve considerare l'art. 171 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Tuir), il quale prevede che in caso di trasformazione, effettuata ai sensi dell'articolo 2500-septies del codice civile, di una società soggetta all'imposta di cui al Titolo II in ente non commerciale, i beni della società si considerano realizzati in base al valore normale, salvo che non siano confluiti nell'azienda o complesso aziendale dell'ente stesso.

Da quanto sopra si dovrebbe ritenere che,se il trust non svolgerà attività d'impresa, i beni sociali si considereranno realizzati a valore normale aisensi degli artt, 85, comma2 e 86, comma 1, lett.c) del Tuir, trattandosi di destinazione di beni a finalità estranee all'esercizio dell'impresa. Diversamente, qualora il trust svolgesse attività commerciale, l'operazione sarà fiscalmente neutra e i beni conserveranno il valore fiscale che avevano prima dell'operazione di trasformazione.

La trasformazione de quo sarà assoggettata anche all’imposta di donazione, che, secondo l'Agenzia delle Entrate sarà applicabile indipendentemente dalla tipologia di trust (ovvero, sia esso, liberale ovvero commerciale).

Ai fini dell'applicazione di tale imposta (oltre che delle imposte ipotecaria e catastale ove dovute) il rapporto rilevante, come affermato dall'Agenzia delle Entrate nei suoi documenti di prassi, è quello tra disponenti e beneficiari, anche se non esplicitato nell’atto.

Nel caso in esame, posta la coincidenza tra disponenti e beneficiari, può però ritenersi che nessuna imposta di donazione sia dovuta.

Qualora si ritenga di essere in presenza di una vera e propria trasformazione eterogenea saranno dovute le imposte ipotecaria e catastale in misura fissa ai sensi dell'art. 4 della tariffa allegata al d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 347edell’art.10, comma 2, del decreto medesimo.

Qualora il fisco ritenga che la norma dell'art. 2500-septies, c.c. sia di stretta interpretazione, la fattispecie non sarà qualificata come trasformazione da cui potrebbe conseguire la seguente tassazione, distinta a seconda che in capo alla società sia o meno individuabile l’esistenza di un’azienda.

Nel caso di società titolare d’azienda saranno tassabili:

la trasformazione della società in comunione d’azienda con le imposte già sopra indicate (sia indirette che dirette);

il trasferimento dell'azienda al trustee terzo con l'imposta di donazione e, se del caso, le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale.

Nel caso di società non titolare di azienda saranno tassabili:

l'assegnazione dei beni ai soci (con le imposte dirette e indirette);

Il trasferimento dei beni al trustee con l'imposta di donazione e, se del caso, le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale.

Anche in questi due casi l'imposta di donazione non si dovrebbe ritenere in concreto applicabile poichè i che beneficiari finali del trust sono gli stessi disponenti.

B) Trasformazione di società in trust che preveda quale trustee un terzo e beneficiari estranei rispetta ai soci (da solo o in aggiunta al socio medesimo)

Si è ipotizzato che tale operazione sia tecnicamente qualificabile come trasformazione eterogenea di società in trust ma come assegnazione del patrimonio sociale ai soci e successivo trasferimento dello stesso al trustee.

Fiscalmente ne dovrebbe conseguire la seguente imposizione, anche qui distinta a seconda che in capo alla società sia o meno individuabile l'esistenza di un'azienda.

Nel caso di società titolare di azienda:

l'assegnazione dell'azienda in comproprietà ai soci andrà con l'imposta di registro in misura fissa ai sensi dell'art. 4, comma l, lett. d della tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 che richiama il comma 1, lett. a, n. 3 della stessa tariffa) e, se nel caso, con le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale; saranno applicabili inoltre le imposte dirette sull'eventuale plusvalenza;

iI trasferimento dell'azienda al trustee terzo sconterà l'imposta di donazione e, se nel caso, con le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale.

Nel caso di società non titolare di azienda:

dovrebbe essere tassata l'assegnazione del beni ai soci (con le imposte indirette in relazione alla natura dei beni e con le imposte dirette sulle eventuali plusvalenze);

e dovrebbe essere tassato il trasferimento dell’azienda al trustee con l'imposta di donazione e, se nel caso, le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale (assumendo quale rapporto fiscalmente rilevante, quello tra disponente e beneficiario).

CONCLUSIONI

La trasformazione eterogenea rappresenta una delle innovazioni più importanti della riforma del diritto societario del 2003 alla luce dell’evoluzione del terzo settore e dell’importanza dello stesso nell’economia reale e nei comportamenti degli operatori economici. Ne consegue che la possibilità dell’applicazione

dell’istituto della trasformazione eterogenea da società di capitali in trust dovrà essere valutata ed analizzata in funzione della fattispecie concreta.

Cos'è la "Trasformazione Eterogenea" di una s.r.l. in Trust?

Essa è un fenomeno di trasformazione il cui punto di arrivo non è costituito da un diverso tipo di società (come invece avviene in un'ordinaria trasformazione).

L'articolo 2500-septies cc prevede che una società di capitali possa trasformarsi "in consorzi, società consortili, società cooperative, comunioni di azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni", ma non anche l'ipotesi di sua trasformazione in trust, che deve dunque considerarsi una fattispecie "atipica" di trasformazione eterogenea.

L'ammissibilità di trasformazioni eterogenee non previste dalla legge è assai controversa e la giurisprudenza civilistica è di regola contraria ad esse: non fa eccezione la trasformazione eterogenea in trust, tanto è vero che Trib.Roma 20/7/2017 si è pronunciato in senso contrario.

Un Esempio Pratico di "Trasformazione Eterogenea" di una s.r.l. in Trust

Nel corso del 2012 la Alfa s.r.l. aveva deliberato la propria trasformazione in un trust che prevedeva il trasferimento dei beni sociali ad un trustee ed avente quale unico beneficiario il socio unico di detta società.

La delibera era stata iscritta nel registro delle imprese e, decorsi i 60 giorni previsti dall'art.2500 novies cc in assenza di opposizione da parte dei creditori, era stato redatto l'atto notarile dichiarante l'efficacia della trasformazione ed il registro delle imprese aveva cancellato la società. dalla sua sezione ordinaria a seguito del mutamento della sua natura da commerciale a non commerciale.

L'Agenzia delle Entrate aveva sottoposto l'atto ad imposte ipotecarie e catastali in misura proporzionale, nonché ad imposta di donazione nella misura dell'8%, nella convinzione “che si trattasse di conferimento di beni in trust e non di trasformazione eterogenea con conservazione del medesimo soggetto in altra veste giuridica”.

A seguito dell'impugnazione proposta dal contribuente la C.T.P. di Roma, con sentenza n.1836 emessa del 27/1/2017, riteneva che l'atto non dovesse scontare l'imposta di donazione e fosse soggetto alle imposte ipotecaria e catastale in misura fissa, così motivando: "l'atto di trasformazione di S.r.L. in Trust integra una trasformazione eterogenea, in cui la modifica soggettiva della titolarità dei beni e dei rapporti giuridici non determina l'arricchimento patrimoniale […] ma solo una regressione del soggetto giuridico proprietario senza che vi sia un trasferimento a terzi".

L'agenzia, pertanto, proponeva appello avverso tale sentenza.

La Decisione con Sentenza n°4120/2019 della Commissione Tributaria del Lazio

La Commiss.Trib.Regionale Lazio, con sentenza n°4120 dell'8 luglio 2019, ha anch'essa dato ragione al contribuente, qualificando il trust in esame come autodichiarato e precisando quanto segue:

che nell'operazione in esame non vi è tecnicamente alcun Disponente né vi è alcun conferimento dei beni in quanto "la trasformazione eterogenea regressiva di S.r.L. in Trust non muta il vincolo di destinazione originariamente imposto sul patrimonio aziendale", ma ne assicura la continuità anche in assenza di impresa, mirando soltanto a mutarne la disciplina organizzativa;

che, non derivando da tale atto (come statuito a più riprese dal più recente orientamento della Cassazione) alcun immediato arricchimento del beneficiario, la tassazione in misura proporzionale dev'essere rinviata al momento in cui egli riceverà i beni dal trustee.

Osservazioni Finali sul Regime Fiscale della Trasformazione di una s.r.l. in Trust

Va evidenziato che la decisione in esame è una sentenza tributaria e non civile, poiché mira ad individuare il regime fiscale dell'operazione sottoposta al suo esame e non ad accertare la sua validità o meno: ne discende che essa non può essere considerata un precedente giudiziario favorevole alla trasformazione di una società di capitali in trust.

La conclusione cui perviene la sentenza è condivisibile, perché risulta conforme alla tesi della Cassazione che si va consolidando, secondo la quale in sede di istituzione di un trust non si verifica alcun trasferimento di ricchezza né in favore del trustee né in favore del beneficiario ed occorre dunque attendere (perché solo allora si manifesta la capacità contributiva ex art.53 Cost.) che i beni vengano trasferiti dal trustee ai beneficiari (la CTR del Lazio menziona Cass. nn.25478/2015, 25479/2015, 28450/2015, 21614/2016, 975/2018, 13141/2018 e 1131/2019).

La motivazione della sentenza, però, appare costellata da inesattezze, in quanto:

afferma che nell'operazione non è ravvisabile un soggetto disponente, mentre appare chiaro che un disponente c'è (e trattasi della s.r.l.);

qualifica il trust in esame come "autodichiarato", mentre appare chiaro che la s.r.l.-disponente ha trasferito i suoi beni ad un trustee (anche se costui fosse il legale rappresentante della s.r.l., dunque, non saremmo in presenza di un trust autodichiarato).

Va infine precisato che quando i beni perverranno al beneficiario (che è - come si è visto - l'unico socio della s.r.l.-disponente) non può escludersi che l'operazione venga considerata come una assegnazione di beni sociali al socio effettuata senza la previa messa in liquidazione della società.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

 Paesi europei a bassa tassazione: Opportunità per imprese e pensionati italiani.

Bulgaria

Tra i Paesi Europei a bassa tassazione non poteva mancare la Bulgaria.

Oggi è uno dei Paesi maggiormente interessati dal fenomeno del trasferimento di residenza all’estero.

Molti italiani si sono trasferiti in Bulgaria con profitto, ed hanno trovato un Paese pronto ad assecondare le loro attività economiche.

Inutile dire che il principale vantaggio di questo Paese, è il costo della vita relativamente basso. Naturalmente è necessario accontentarsi un po’, ma se si è disposti a sacrificare qualcosa rispetto all’Italia, si possono trovare interessanti vantaggi.

Primo e più interessante vantaggio, come vedrai, è quello di natura fiscale.

La tassazione delle persone fisiche

L’imposta sulle persone fisiche è regolata dall’“Income Taxes on Natural Persons Act”.

A partire dal 2008 la Bulgaria ha introdotto una flat tax unica del 10% che ha sostituito le precedenti aliquote progressive dell’imposta sul reddito (20%, 22% e 24%).

L’imposta grava su tutti i redditi delle persone fisiche ovunque prodotti per i residenti e su quelli prodotti sul territorio per i non residenti.

Con un’imposta del genere, con aliquota del solo 10% la Bulgaria è sicuramente uno dei Paesi Europei a bassa tassazione. Anzi, sicuramente è quello che offre un aliquota di imposta inferiore rispetto a tutti gli altri.

E’ considerato residente in Bulgaria chi:

Ha un domicilio permanente nel territorio nazionale;

E’ presente sul territorio per più di 183 giorni in un anno;

E’ inviato all’estero per conto di entità residenti;

Ha i propri interessi vitali nel territorio.

Sono considerati redditi di fonte bulgara:

I redditi derivanti da attività economica all’interno del territorio nazionale;

I redditi provenienti da attività di lavoro o prestazioni di servizi effettuate nel territorio nazionale;

I dividendi e le plusvalenze per la liquidazione di quote di partecipazione in società residenti;

I redditi provenienti dal trasferimento di ditte individuali residenti;

Qualsiasi remunerazione per attività svolte nel paese da sportivi, scienziati, artisti o figure pubbliche anche se pagati per mezzo di intermediari;

Tutti gli altri redditi previsti dalla legge.

L’imposta sul valore aggiunto

Il regime Iva è in vigore in Bulgaria 2007 segue quello adottato dagli Stati membri dell’Unione europea ed è basato sulla direttiva europea 2006/112/CE relativa al sistema comune del valore aggiunto.

L’imposta si applica a tutte transazioni di beni e servizi interni al Paese, agli acquisti intra-Ue e alle importazioni.

Le cessioni intracomunitarie e le esportazioni, il trasporto internazionale di merci e passeggeri e specifiche transazioni internazionali non sono imponibili ma danno diritto alla detrazione dell’Iva pagata all’acquisto.

In generale l’aliquota standard è del 20% con un’aliquota speciale del 9% per i servizi delle strutture ricettive.

Controindicazioni

Con uno dei regimi fiscali più bassi d’Europa la Bulgaria non può che essere allettante. Da considerare comunque che il tenore di vita e il livello dei servizi sociali ed assistenziali non è paragonabile a quello Italiano. Questo è l’unico aspetto che si deve prendere in considerazione se si vuole trasferirsi in questo Paese.

Basso livello di tassazione, ma allo stesso tempo anche minori servizi a cui poter attingere. Scelta da valutare bene caso per caso.

Malta

Malta è un arcipelago nel centro del Mar Mediterraneo, situato tra la Sicilia e la costa del Nordafrica.

Anche in questo caso si tratta di un piccolo stato europeo. Da un punto di vista fiscale, l’aspetto che rende attrattiva Malta è legato al fatto che è in vigore una tassazione wordlwide del reddito, ma in alcuni casi può diventare territoriale.

Per tassazione territoriale intendo dire che si pagano le imposte soltanto sui profitti generati sul territorio maltese. Oppure sui redditi generati all’estero ma riportati a Malta. E’ un principio di tassazione diverso da quello di tutti gli altri Paesi UE. Paesi che adottano una tassazione che è, invece, worldwide. Tuttavia, questa modalità di tassazione non sia applica genericamente, ma soltanto dietro apposita scelta.

Effetti positivi del regime fiscale territoriale

Il vantaggio fiscale di Malta è legato alla sua tassazione territoriale. Le persone fisiche e società sono tassate a Malta solo per i redditi ivi percepiti. Il regime fiscale territoriale si applica ai soggetti non domiciliati che sono tenuti a pagare le tasse nel paese di residenza solo sui redditi ivi prodotti.

Pertanto un cittadino non maltese, che trasferisce la residenza a Malta, nel rispetto delle norme in materia, acquisisce lo status di residente non domiciliato.

Un soggetto considerato residente non domiciliato a Malta pagherà le imposte sul reddito:

Sul reddito in qualsiasi forma prodotto a Malta e sul capital gain ivi prodotto;

Sui redditi da fonte estera solo se trasferiti a Malta.

Mentre, lo stesso soggetto non pagherà le imposte sul reddito su:

Sul ‘’clean capital’’ rimesso a Malta

Sul ‘’capital gains’’ prodotto all’estero e parzialmente o totalmente trasferito a Malta.

Teoricamente, quindi, con questo regime potresti arrivare anche ad abbattere la tassazione a zero.

Controindicazioni

Sebbene l’imposizione fiscale di Malta permette teoricamente abbattere le imposte a zero c’è un problema da tenere presente.

Le convenzioni Ocse prevedono che il generale criterio di residenza non trovi applicazione con riguardo ai soggetti imponibili nel supposto stato di residenza (applicando i criteri generali) esclusivamente per redditi derivanti da fonti ivi situate.

Questo vuol dire che se la tua residenza è a Malta, ma il tuo domicilio è situato altrove (es. Italia) rischi che il Fisco dell’altro paese pretenda che tu versi le imposte anche in quel paese. E’ fondamentale, infatti, il concetto di centro degli interessi vitali per stabilire la residenza fiscale di un soggetto.

Detto in altre parole se sei residente a Malta, ma vendi in Italia il Fisco italiano potrebbe pretendere la sua parte.

Tuttavia, questo aspetto può essere superato, se ad esempio si svolge un’attività con vendita in Paesi extra UE, senza avere in loco una stabile organizzazione.

Andorra

Andorra tra i Paesi di questa classifica è l’unico vero “Paradiso Fiscale“. Si tratta di un micro Stato situato nel centro dell’Europa (ma attenzione non fa parte della UE), precisamente al confine tra Francia e Spagna.

Ha una tassazione che si attesta intorno al 10%, quindi relativamente conveniente e molto bassa. Rispetto ad altri Paesi UE ha il vantaggio che il proprio sistema tributario funziona proprio grazie a questo tipo di tassazione agevolata. Se uno Stato come Andorra, infatti, aumentasse la tassazione perderebbe subito investimenti, imprese che investono e quindi entrate tributarie.

Ad oggi Andorra è una meta turistica di montagna ed è molto affascinante.

Imposta sul reddito delle persone fisiche

Le persone fisiche sono considerate fiscalmente residenti ad Andorra se:

Risiedono per più di 183 giorni ad Andorra;

Mantengono nel principato la base delle loro attività o interessi economici.

L’aliquota ordinaria è del 10% ma per i redditi appartenenti alla base imponibile generale l’aliquota è ridotta al 5% tra 24 mila e 40 mila euro.

I residenti senza attività economica possono scegliere il regime più conveniente tra quello ordinario o il pagamento forfettario di 30 mila euro annuali.

Imposta sul reddito delle società

La tassazione sul reddito delle società ad Andorra è molto vantaggiosa se confrontata con quella di altri Paesi UE.

L’imposta si applica al reddito delle persone giuridiche residenti fiscalmente nel territorio di Andorra.

Sono considerate residenti le imprese che soddisfano i seguenti requisiti:

Sono costituite secondo la normativa vigente;

Hanno la sede legale nel territorio di Andorra;

L’attività di direzione e controllo viene effettuata da Andorra.

I residenti sono tassati sui redditi di qualsiasi provenienza mentre i non residenti solo sui redditi di fonte andorriana.

In generale l’imposta è pari al 10% del reddito tassabile con l’eccezione del reddito delle istituzioni di investimento collettivo regolate dalla legge di diritto Andorrano per i quali l’aliquota è dello 0%.

E’ possibile ottenere una riduzione fino all’80% dell’imposta per quanti svolgono transazioni internazionali di beni tangibili e intangibili.

Controindicazioni

Sebbene i costi della vita non siano alti come in altri Paesi simili, vedi la Svizzera sicuramente non sono alla portata di tutti.

Potremmo dire che Andorra abbia un costo della vita comunque accettabile da destinato a crescere nel tempo. Questo in quanto negli ultimi anni sta davvero aumentando.

Svizzera

La Svizzera non fa parte dell’Unione Europea quindi non è costretta a rispettare le direttive illiberali varate ogni giorno dalla Commissione europea.

Si tratta sicuramente di un enorme vantaggio. Questo poiché il tuo patrimonio in Svizzera è sicuramente più al sicuro che in qualsiasi altro paese europeo.

In più si aggiunga che le imposte svizzere (soprattutto nel Canton Ticino) sono incredibilmente più basse dei paesi europei occidentali.

Il sistema di tassazione svizzero è molto complicato, ma sicuramente posso dirti che per te è meglio stabilirsi nel Canton Ticino sia per motivi fiscali che linguistici.

Inoltre la Svizzera è praticamente attaccata all’Italia e dista un paio di ore di automobile da Milano. Questo la rende la migliore candidata per chi deve frequentemente recarsi in italia.

Il vero vantaggio competitivo della Svizzera è la solidità del suo apparato bancario. Se i tuoi soldi sono in una banca svizzera puoi essere sicuro che tale Banca non fallirà mai. Inoltre, anche se non vi è più segreto bancario, la solidità di un istituto finanziario svizzero copre sicuramente il fatto che non esista più l’anonimato.

I tre livelli di imposizione

In Svizzera sono vigenti tre diversi livelli di imposizione. Si tratta dell’imposizione nazionale, cantonale e comunale.

Le persone fisiche vengono tassazione in base alla loro residenza fiscale. Mentre le aziende vengono tassate laddove risiede la sede sociale.

Mentre l’imposta federale ha una sola aliquota, quella cantonale varia tra uno Stato e l’altro e in base al capitale (o agli utili).

La prima incide in misura del 7,83% (al netto dei prelievi fiscali da parte di Cantoni e comuni) mentre l’imposta sugli utili a livello cantonale varia dal 4,4 al 19% (quella sul capitale si muove tra lo 0,03% e lo 0,3%).

Il comune applica prelievi sugli utili che variano dal 4 al 16% (e sul capitale tra lo 0,04 e lo 0,25%).

L’onere fiscale totale, che come detto varia dall’ammontare del capitale, degli utili, dal Cantone e dal Comune in cui l’azienda risiede, oscilla nel range che va dal 16 al 25%.

Controindicazioni

Oggi la Svizzera non è più un paradiso fiscale.

La tassazione sui redditi personali e di impresa è cresciuta molto. Sebbene ufficialmente i dati dell’OCSE ci fanno sembrare la Svizzera un paradiso in piena europa la realtà è un poco più complessa. Soprattutto perché in Svizzera il costo della vita è davvero molto elevato.

Inoltre anche le pressioni dell’Unione Europea vengono recepite e accolte con favore dalla Svizzera.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

  Come comprare casa All'asta.

Probabilmente anche tu sei stato tentato qualche volta di partecipare ad un’asta giudiziaria perché ti interessava un immobile o un altro bene che avresti potuto acquistare ad un prezzo di occasione. Se non l’hai fatto è forse perché alla fine non hai avuto la sufficiente disponibilità economica o forse perché ti spaventava l’idea di prendere parte ad una vendita dalla modalità a te sconosciuta.

Partecipare ad un’asta giudiziaria non è, poi, così complicato. E, inoltre, non ci vogliono dei requisiti particolari se non quello di non essere il debitore a cui è stato pignorato il bene oggetto della vendita. Tuttavia, è sempre buona cosa essere il più possibile informati sull’asta a cui si intende partecipare o che potrebbe destare attenzione. Capire, ad esempio, la differenza tra la vendita con intanto o senza incanto. Sapere come va presentata l’offerta e che cosa succede se si vince o se si perde. Ultimo aspetto (ma non ultimo): quanto costa partecipare ad un’asta giudiziaria e se si devono pagare delle tasse sul bene acquistato in caso di vittoria.

Chiunque può prendere parte alla vendita, che si tratti di una persona fisica o di una società. Ci vorranno, però, dei requisiti diversi, e vedremo anche questo per avere un’idea completa su come partecipare ad un’asta giudiziaria.

Indice

• 1 Asta giudiziaria: che cos’è?

• 2 Asta giudiziaria: chi può partecipare?

• 3 Asta giudiziaria: come partecipare?

• 4 Asta giudiziaria senza incanto: come funziona?

• 5 Asta giudiziaria con incanto: come funziona?

Asta giudiziaria: che cos’è?

Un’asta giudiziaria è il momento conclusivo del processo disposto da un giudice su richiesta di un creditore per portare a termine l’alienazione forzosa dei diritti di un debitore su un bene mobile o immobile al miglior offerente. In pratica, quando un bene (che si tratti di una casa, di un’opera d’arte o di altro) viene pignorato a chi ha un debito, quel bene viene venduto all’asta al fine di recuperare i soldi necessari a soddisfare il creditore. Se la vendita interessa un immobile, esso viene stimato da un perito incaricato dal tribunale. Chi offre di più, diventa proprietario di quel bene. Se la cifra per cui è stato venduti supera quella del debito, i soldi che avanzano tornano al debitore.

Tale trasferimento di proprietà viene determinato dal giudice con un apposito decreto emesso dopo il pagamento da parte di chi si aggiudica l’asta, che deve avvenire tra i 60 ed i 120 giorni successivi alla data della vendita. Il tribunale o il professionista delegato hanno il compito di trascrivere il passaggio di proprietà nei registri immobiliari e vengono cancellate tutte le ipoteche ed i pignoramenti che gravano sull’immobile, se esistenti.

Asta giudiziaria: chi può partecipare?

Chiunque può partecipare ad un’asta giudiziaria, sia una persona fisica o una società, senza l’assistenza di un avvocato. L’unico che non può prenderne parte è il debitore.

Se il partecipante è un normale cittadino, deve presentare domanda semplice in carta da bollo presso la cancelleria del tribunale o, in caso di delega, al notaio o al professionista incaricato. La domanda va presentata entro il giorno precedente l’asta.

Se, invece, si tratta di una società, la domanda dovrà essere presentata e sottoscritta dal legale rappresentante, allegando il certificato di iscrizione al Registro delle imprese della Camera di Commercio da cui risulti la costituzione della società ed i poteri di chi sottoscrive e presenta la richiesta di partecipazione.

Infine, se si tratta di più persone o di più società, serve specificare nella domanda le quote di diritto reale che, in caso di vincita, ciascuno dei partecipanti intende rilevare dal bene messo all’asta.

Asta giudiziaria: come partecipare?

Prima di partecipare ad un’asta giudiziaria, conviene verificare nella cancelleria del tribunale una serie di cose. Nello specifico:

• le modalità per sottoscrivere la domanda;

• l’importo degli assegni circolari da allegare alla domanda a titolo di cauzione;

• la perizia tecnica effettuata su richiesta del tribunale, in modo da sapere se l’immobile è in regola oppure ci sono delle sanatorie da fare, se è ancora occupato dal debitore o da qualche suo inquilino o usufruttuario;

• la possibilità di visitare l’immobile.

Altra questione da accertare è se sarà possibile partecipare fisicamente di persona all’asta. In caso contrario, ad esempio quando l’asta avrà luogo in una città lontana da dove si risiede, è possibile delegare una persona che assista alla vendita munita da procura speciale redatta da un notaio oppure incaricare un avvocato. In caso di aggiudicazione del bene, il professionista incaricato dovrà comunicare entro tre giorni alla cancelleria del tribunale per conto di chi ha partecipato all’asta, in modo da sapere a chi deve essere intestato il bene aggiudicato.

Una volta verificato tutto ciò, è necessario consultare su Internet l’avviso di vendita per sapere se si tratta di un’asta con o senza incanto (vedi sotto).

Asta giudiziaria senza incanto: come funziona?

Se la vendita avviene senza incanto, chi vuole partecipare all’asta giudiziaria dovrà inserire nella domanda questi dettagli:

• il tribunale ed il giudice dell’esecuzione;

• la data e l’ora dell’asta;

• le proprie generalità;

• numero e descrizione del lotto interessato;

• la somma offerta, che non deve essere inferiore al prezzo di partenza per l’acquisto;

• la cauzione del 10% sull’importo offerto.

La cauzione e l’anticipo delle spese devono essere allegati alla domanda in assegni circolari non trasferibili. L’intestazione viene indicata nell’avviso di vendita. Nella busta sigillata che contiene la domanda e gli assegni bisogna inserire anche una marca da bollo da 14,62 euro. All’esterno della busta non bisogna indicare il nome di chi fa l’offerta. La busta va recapitata entro il termine indicato nell’avviso di vendita. Se arrivasse in ritardo, la domanda non verrebbe accettata.

Asta giudiziaria con incanto: come funziona?

Quando il giudice determina un’ordinanza di vendita per un’asta con l’incanto, stabilisce:

• se devono essere venduti uno o più lotti dell’immobile pignorato;

• il prezzo base;

• la data e l’ora dell’asta;

• l’importo della cauzione (non superiore al 10% del prezzo di partenza);

• il termine entro il quale la cauzione deve essere depositata da chi intende partecipare all’asta giudiziaria;

• la misura minima in cui l’offerta può essere aumentata;

• il termine (di un massimo di 60 giorni dall’aggiudicazione) e la modalità in cui il prezzo deve essere depositato.

La domanda va presentata presso la cancelleria del tribunale interessato, sezione Esecuzioni immobiliari.

L’offerta fatta il giorno dell’incanto è valida quando supera il prezzo base stabilito dal giudice. Diventa, invece, nulla, nel momento in cui viene superata al rialzo da un’altra offerta. Trascorsi 3 minuti senza che ci sia un’ulteriore proposta, l’immobile viene aggiudicato all’ultimo offerente.

Tale aggiudicazione, però, è provvisoria. L’esecuzione diventa definitiva solo con la successiva pronuncia del decreto di trasferimento dell’immobile.

Attenzione, però: entro 10 giorni dall’aggiudicazione possono arrivare delle nuove offerte, purché siano:

• superiori di almeno 1/5 al prezzo per il quale il bene è stato aggiudicato;

• depositate nella cancelleria del tribunale;

• accompagnate da una cauzione di almeno il doppio di quella versata per partecipare inizialmente all’asta.

A questo punto, il giudice ha la facoltà di:

• convocare l’asta, della quale l’aggiudicatario deve essere informato;

• stabilire il termine entro il quale presentare ulteriori offerte al rialzo.

L’aggiudicazione diventa definitiva quando:

• non ci sono ulteriori offerte al rialzo al termine della prima asta giudiziaria;

• si conclude la gara sull’aumento di 1/5 rispetto alla prima asta.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

                     QUALI SERVIZI POSSIAMO OFFRIRTI.

I servizi fiduciari, resi ai sensi della legge n. 1966/1939, vengono prestati per il tramite di uno specifico contratto di mandato, con il quale la Nostra Società specializzata e fiduciaria viene incaricata dell’amministrazione dei beni, assumendo a proprio nome l’intestazione degli stessi. Nell’ambito di tale rapporto contrattuale, il Cliente rimane proprietario esclusivo dei beni affidati e ne mantiene il completo controllo. L’attività di amministrazione dei beni nell’ambito del servizio fiduciario è esclusivamente “statica”: ciò significa che la nostra società non può compiere alcun atto di disposizione sui beni oggetto di mandato se non dietro specifica istruzione da parte del cliente. La gamma di servizi fiduciari offerti comprende:

1. SERVIZIO TUTOR CONTINUO, e tutela del patrimonio e dei Risparmi.

Il nostro studio non si occupa solo di realizzare un progetto, o di tutelare un patrimonio, ma si propone, a richiesta, di seguire il cliente nel tempo e nel luogo scelto, perchè crediamo abbia senso offrire un servizio solo se questo giunge sino al fine.

2. AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA DI SOCIETÀ

Il servizio è relativo all’intestazione fiduciaria di azioni (quotate e non), quote di Srl, partecipazioni in società di persone (non comportanti la responsabilità illimitata del socio), obbligazioni italiane ed estere, nonché dei diritti di usufrutto e di nuda proprietà.

3. AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA DEI BENI MOBILI E IMMOBILI SENZA INTESTAZIONE FIDUCIARIA

Nell’ambito di questo servizio, il cliente può optare per rimanere intestatario dei beni che vengono amministrati dalla nostra fiduciaria allo scopo di operare come sostituto d’imposta sui redditi di capitale e diversi di natura finanziaria generati dai beni stessi. Lo strumento si dimostra particolarmente versatile in tutti i casi in cui la natura del bene o l’ordinamento estero in cui lo stesso è situato non consentono o rendono particolarmente gravosa la formale intestazione dello stesso alla fiduciaria.

4. AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA STATICA DEGLI INVESTIMENTI SUL MERCATO MOBILIARE

Il servizio prevede l’intestazione fiduciaria e l’amministrazione statica di valori finanziari, dossier titoli, conti correnti presso intermediari finanziari ed esteri.

Nell’ambito del servizio rientrano inoltre le attività di intestazione fiduciaria e amministrazione statica di contratti di gestione individuale di portafogli di investimento, intestazione fiduciaria di contratti di assicurazione italiani ed esteri, compravendita di titoli e valori, amministrazione fiduciaria di titoli a garanzia delle parti o di terzi.

5. AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA DI BENI ESTERI

Questo servizio, la cui richiesta è in continuo aumento, prevede l’intestazione fiduciaria di beni esteri al fine di sollevare il cliente da tutti gli adempimento di carattere fiscale connessi e derivanti dal possesso di attività all’estero. L’affidamento dei beni esteri alla fiduciaria consente, infatti, di trasferire alla stessa tutti gli adempimenti in materia di monitoraggio fiscale che altrimenti graverebbero sul cliente, primo fra tutti la compilazione del quadro RW del Modello Unico. Il nostro studio provvede inoltre al calcolo delle imposte Ivie ed Ivafe.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

Società fiduciaria: cenni.

Secondo la Legge 1966/1939 la Società Fiduciaria si propone di assumere l’amministrazione di beni per conto di terzi attraverso lo strumento della intestazione fiduciaria; nell’esercizio delle loro attività sono obbligate alla riservatezza sull’identità del proprietario effettivo, ma esistono anche determinati casi in cui diverse autorità pubbliche possono chiedere ed ottenere notizie sui loro fiducianti: solo una consapevole conoscenza di tali deroghe può permettere di raggiungere proficuamente gli obiettivi segregativi che ci si vuole prefiggere facendo ricorso all’intestazione fiduciaria di un patrimonio.

Coloro che sono mossi dall’intento di dotarsi di una struttura giuridica atta a fornire idonei elementi di protezione patrimoniale, sanno che il nostro ordinamento offre un panorama di istituti che, per i loro diversi aspetti possono raggiungere differenti risvolti segregativi.

A seconda della natura e dimensione del patrimonio che si vuole oggetto di tutela e degli obiettivi che si prefiggono, è possibile spaziare dalla costituzione di una società holding alla stipula di un patto di famiglia, dalla istituzione di un fondo patrimoniale fino alla determinazione di un trust.

Fra le occasioni messe a disposizione dal nostro ordinamento, un valido strumento di tutela patrimoniale ancorché solo indiretta è individuabile nell’intestazione fiduciaria. In questo caso, la protezione che deriva dall’utilizzo di tale strumento scaturisce più dal vincolo di riservatezza circa l’identità dell’effettivo proprietario di un bene che non dall’apposizione di un vero e proprio vincolo di natura patrimoniale sul medesimo.

Si tratta di una protezione indiretta quindi perché:

“se è vero che non può essere oggetto di aggressione ciò che non ci appartiene, o che comunque è soggetto a vincoli di destinazione suscettibili di limitare o annullare le pretese dei terzi, è altrettanto vero che non si può aggredire neppure ciò di cui non si conosce l’esistenza”

Quali beni possono essere oggetto di intestazione fiduciaria?

Di seguito, una sommaria lista di beni amministrabili:

Disponibilità liquide;

Certificati di deposito;

Accettazioni bancarie e titoli di debito;

Conti correnti;

Crediti di qualsiasi natura;

Contratti in genere;

Beni di Terzi in deposito o Garanzia;

Titoli di stato e sovranazionali;

Quote di fondi comuni di investimento;

Contratti di gestione patrimoniale;

Polizze assicurative;

Azioni ed obbligazioni quotate e non quotate;

Quote di partecipazione al capitale di società a responsabilità limitata;

Opere d’arte;

Beni immobili (attraverso una specifica procedura e veicolo).

Quali sono le motivazioni che spingono verso una intestazione fiduciaria?

Le motivazioni che possono portare all’utilizzo dell’intestazione fiduciaria sono molteplici. Proviamo, di seguito, ad individuare le più frequenti:

Garantire la discrezione a chi voglia effettuare un’operazione o detenere un bene

senza apparire;

Garantire un’effettiva separazione ed autonomia dei patrimoni tra business o

soggetti differenti;

Offrire riservatezza nella compravendita di pacchetti azionari;

Rappresentare in assemblea azionisti e obbligazionisti, anche nella forma del

sindacato di voto;

Esistenza di una situazione societaria conflittuale;

Supporto nell’identificazione di possibili partner finanziari per il reperimento di

capitali di rischio (venture capital – Private Equity);

Protezione, conservazione e amministrazione del patrimonio;

Protezione della sfera privata;

Discrezione e riservatezza delle informazioni relative alla propria situazione

patrimoniale;

Riorganizzazione di patrimoni familiari;

Necessità di nominare un sostituto d’imposta;

Necessità/richiesta di applicazione del regime di risparmio amministrato o gestito

(nei casi previsti dalla legge);

Partecipazione ad aste giudiziarie;

Amministrazione fiduciaria di contratti privati – escrow agent.

Società fiduciaria: disciplina fiscale

La valutazione del complesso normativo che regola l’attività fiduciaria dimostra l’esistenza di un certo favore del legislatore nei confronti di tale schermo operativo: la riservatezza che connota tale attività viene, infatti, generalmente riconosciuta dall’ordinamento pur tuttavia senza escludere specifiche deroghe previste per il perseguimento di precise finalità di volta in volta individuate dalla legge stessa.

In ambito prettamente fiscale le norme di riferimento in merito all’intestazione fiduciaria possono essere riscontrate nell’art. 32 del DPR n. 600/73 e l’art. 51 del DPR n. 633/72. Volendo operare in modo schematico possiamo riassumere quanto segue:

L’Amministrazione finanziaria non può chiedere alle società fiduciarie la comunicazione di dati e notizie relativi a soggetti indicati, ex art. 32, comma 1, n. 5 del DPR n. 600/73;

L’Amministrazione finanziaria può richiedere ai soggetti sottoposti ad accertamento, ispezione o verifica, il rilascio di una dichiarazione contenente l’indicazione della natura, del numero e degli estremi identificativi dei rapporti intrattenuti con le società fiduciarie, nazionali o stranieri, in corso ovvero estinti da non più di cinque anni dalla data della richiesta. Questo ex art. 32, comma 1, n. 6-bis del DPR n. 600/73;

Gli uffici hanno la possibilità di chiedere alle società fiduciarie, dati, notizie e documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto od operazione effettuata. Rientrano in questo ambito anche i servizi prestati nonché alle garanzie prestate da terzi. Questo ex art. 32, comma 1, n. 7, primo periodo del DPR n. 600/73;

Gli uffici possono chiedere alle società fiduciarie, tanto di amministrazione quanto di gestione, specificando i periodi temporali di interesse, di comunicare le generalità dei soggetti per conto dei quali esse hanno detenuto o amministrato o gestito beni, strumenti finanziari e partecipazioni in imprese. Questo ex art. 31, comma 1, n. 7, secondo periodo DPR n. 600/73.

Se da una parte, quindi, si permette agli uffici di risalire, muovendo dall’indicazione della persona sottoposta ad accertamento (elemento noto) alle operazioni da questa posta in essere (elemento ignoto), si permette anche all’Amministrazione finanziaria di risalire muovendo dalle operazioni poste in essere dalla società fiduciaria in un dato periodo (elemento noto) alla persona su di cui si vuole operare l’accertamento (elemento ignoto).

Il segreto fiduciario è superabile soltanto ove l’Amministrazione abbia già iniziato una procedura di accertamento nei confronti di un contribuente individuato e sia divenuto necessario acquisire informazioni in possesso della stessa Società Fiduciaria.

La trasparenza fiscale

Gli interventi ufficiali dell’Amministrazione finanziaria in tema di fiscalità delle operazioni condotte o più in genere dell’attività esercitata da parte delle Società Fiduciarie, sono stati sporadici e quasi sempre espressivi di una posizione ormai completamente definita: le fiduciarie non sono considerate proprietarie dei beni ad esse fiduciariamente intestati, il che non impedisce l’applicazione di particolari regimi fiscali laddove questi spettino nei confronti dei titolari effettivi, dovendo prevalere il dato sostanziale sulla formale intestazione.

Nello specifico settore dei titoli azionari, l’Amministrazione finanziaria, rilevando che l’articolo 1 del Regio Decreto 29 marzo 1942, n. 239 dispone che:

“le società fiduciarie che abbiano intestato al proprio nome titoli azionari appartenenti a terzi sono tenute a dichiarare le generalità degli effettivi proprietari dei titoli stessi”

In questo modo viene escluso che, nel caso di intestazione fiduciaria di titoli azionari, la Società Fiduciaria possa essere considerata proprietaria dei titoli stessi.

Considerato, invero, che attraverso il c.d. rapporto fiduciario, la società dispone dei beni affidatigli nell’interesse del socio-fiduciante, nei limiti dell’accordo-mandato con questi concluso, l’Amministrazione ha convenuto che è da escludere che le fiduciarie possano liberamente disporre delle cose ricevute in consegna, se non nei limiti del mandato.

Infine, la detenzione di partecipazioni in imprese estere, anche se per il tramite di società fiduciarie, comporta comunque l’applicazione delle normative antielusive previste dal Testo unico delle imposte sui redditi in tema di transfer pricing, controlled foreign companies e società estere collegate ex artt. 110, 167 e 168.

Trasparenza fiscale nelle partecipazioni societarie

L’Amministrazione ha fatto proprio il principio per cui la Società Fiduciaria amministrando beni non propri, per definizione, non riveste anche nei confronti dei terzi, la qualità di proprietaria dei beni amministrati, ritenendo altresì che l’interposizione della società fiduciaria, tra la partecipata ed i soci, di per sé non rappresenta causa ostativa (né di decadenza) per l’applicazione del regime di trasparenza di cui agli articoli 115 e 116 del DPR n. 917/86, a condizione, naturalmente, che i fiducianti possiedano tutti i requisiti di ammissione al regime di trasparenza applicabile.

Ai fini dell’esercizio dell’opzione i fiducianti dovranno manifestare alla società fiduciaria – cui fa capo il legame giuridico con la partecipata – la volontà di avvalersi del regime di trasparenza. La comunicazione della volontà di optare per la trasparenza verrà invece effettuata alla partecipata dalla sola società fiduciaria, che garantirà che i fiducianti abbiano tutti i requisiti richiesti dalle norme per l’accesso al regime.

Attraverso tali comunicazioni ancora una volta viene garantita la riservatezza sull’identità dei fiducianti, nonché la possibilità per la società partecipata di valutare l’esistenza dei presupposti previsti dalla normativa di riferimento per accedere al relativo regime di trasparenza.

La Società Fiduciaria dovrà dichiarare alla partecipata:

Nell’ambito della trasparenza ex art. 115, che le società rappresentate abbiano le percentuali di voto ed utili previste da tale norma e che, nel caso di società estere, non vi sia obbligo di ritenuta sui dividendi;

Nell’ambito della trasparenza ex art. 116, quale sia il numero dei soci persone fisiche che la stessa fiduciaria rappresenta e che, nel caso di soci non residenti, non vi sia obbligo di ritenuta sui dividendi.

In relazione agli obblighi di imputazione del reddito imponibile si evidenzia che la partecipata deve trasmettere alla fiduciaria l’attestazione delle quote di reddito che risultano imputabili ai soci da quest’ultima rappresentati; la fiduciaria deve poi comunicare ai soci la quota di reddito imputabile a ciascuno.

L’Amministrazione finanziaria potrà effettuare il controllo sulla corretta dichiarazione delle quote di reddito dei soci sulla base delle informazioni che verranno raccolte nel modello 770 quadro SK che, come anticipato, deve comunque essere presentato dalla società fiduciaria.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

...Perchè costituire una società estera?

Un imprenditore ha delle scelte da compiere:

Può ristrutturare la propria azienda e patrimonio aziendale.

Può aprire una società all'estero quale Holding estera.

Può delocal​izzare all'estero parte o tutto l'asset produttivo.

Può defiscalizzare all'estero con risparmi tangibili.

Può costituire un Trust a tutela delle sostanze familiari e aziendali.

Può cedere quote, cartolarizzare debiti, emettere obbligazioni.

Questi i motivi per cui, affidarsi a noi.

Il nostro studio, affianca l'imprenditore passo passo, sino alla realizzazione della propria esigenza aziendale.

Ci occupiamo anche di offrire consulenza alla nascente realtà estera, affiancando l'imprenditore nelle sue attività e necessità.

I passaggi iniziano sempre da un colloquio preliminare, per valutare le esigenze ed operare della scelte idonee alle necessità.

Si prosegue redigendo un'analisi del caso, con un business plan, corredato da una relazione geopolitica del luogo scelto.

Successivamente si redige una relazione logistico-strategica e sulle possibili soluzioni aziendali in loco, permettendo la scelta su più progetti aziendali.

Dopodichè, l'imprenditore sarà immesso nel nuovo progetto che gli permetterà, una rinascita capace di gratificare le proprie competenze e capacità; " perchè in verità l'imprenditore il suo mestiere lo sa far bene e Noi cerchiamo solo di metterlo nelle condizioni di farlo" .

Ma quanto costa realizzare un progetto simile ?

Si costituiscono società estere, chiavi in mano a meno di € 1.500,00.

Noi, preferiamo prima conoscere le necessità, relazionarci con le esigenze aziendali, nel rispetto dei propri obiettivi a tutela del lavoro e dei sacrifici.

Solo dopo avere parlato con l'imprenditore, Siamo in grado di offrire una quantificazione sull'onorario , che rimane sempre a scelta dell'imprenditore circa le modalità di corresponsione.

Vogliamo studiare la soluzione aziendale migliore che permetta all'imprenditore di massimizzare guadagni e risparmiare spese indicando una valida proposta legale.

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Noi abbiamo a cura, la riuscita del Vostro progetto.

Quanto tempo ci vuole per realizzare un progetto estero?

Su questo possiamo, indicare il termine di tre mesi.

Infine ricordiamo che il colloquio non è impegnativo, e solo dopo avere ricevuto tutte le spiegazioni e chiarimenti l'imprenditore sarà libero di decidere se affidare l'incarico.

Contattaci per fissare un colloquio esplorativo.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

Trasferimento fiduciario di immobili

I risvolti fiscali correlati all’intestazione fiduciaria di un bene immobile sono essenzialmente riconducibili ai diversi momenti impositivi che seguono:

Spossessamento ed attribuzione formale della titolarità dei beni con cambio di intestazione dal fiduciante alla Società Fiduciaria;

Tassazione del reddito fondiario prodotto dall’immobile intestato fiduciariamente a livello erariale e locale;

Tassazione delle plusvalenze eventualmente conseguite con operazioni di realizzo sull’immobile intestato alla Società Fiduciaria;

Retrocessione della titolarità formale e ritrasferimento dell’immobile in capo al fiduciante alla conclusione del rapporto fiduciario.

Per ognuno di questi punti l’Amministrazione finanziaria ha concluso che:

La cessione per intestazione e quella in restituzione, consistendo in trasferimenti non aventi per oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale:

Devono essere registrate in termine fisso e assoggettate all’imposta in misura fissa, se poste in essere per atto pubblico o scrittura privata non autenticata;

Possono essere registrate solo in caso d’uso ma comunque assoggettate all’imposta in misura fissa, se poste in essere per scrittura privata non autentica;

Parimenti in misura fissa sono dovute le imposte ipotecarie e catastali;

Il contratto fiduciario, quale atto avente ad oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale, deve essere sottoposto a registrazione con aliquota del 3% applicata sulla commissione percepita dalla Società Fiduciaria;

Poiché la proprietà del bene rimane in capo all’effettivo proprietario, l’imputazione del relativo reddito fondiario non può che essere imputato al fiduciante, sul quale incombe anche il relativo obbligo di dichiarazione. Sul punto è doveroso evidenziare che in senso contrario secondo autorevole dottrina la tutela accordata alla riservatezza (in quanto fine cui tende il fiduciante con il contratto fiduciario) permette di ritenere che nel modello Redditi il fiduciante-dichiarante potrà inserire la posta reddituale nell’apposito quadro non menzionando il riferimento, che sarà esplicitato in sede di eventuale verifica, ove ritenuto necessario da parte dell’ufficio;

L’Imu, viceversa, deve essere corrisposta dalla società fiduciaria a decorrere dalla data dell’intestazione;

Le eventuali plusvalenze conseguite faranno carico all’effettivo proprietario-fiduciante quale reale percettore della fonte di reddito da esporre nella di lui dichiarazione;

Nessun particolare obbligo dichiarativo dei redditi imputabili agli (o ricavati dagli) immobili intestati fiduciariamente ricade sulla Società Fiduciaria.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

Il Recupero dei crediti.

COS’È IL RECUPERO CREDITI?

Si fa recupero crediti quando un cliente non paga le fatture. In questi casi, infatti, bisogna avviare procedure di recupero crediti per ricevere il pagamento a cui si ha diritto.

Con il termine recupero crediti si intendono tutte le azioni volte a recuperare una specifica somma di denaro che un soggetto, il debitore, deve ad un altro soggetto, il creditore. Il debito nei confronti del creditore nasce, di solito, dopo che quest’ultimo ha svolto una prestazione a favore del debitore e gli ha inviato tutta la documentazione necessaria al pagamento, come ad esempio la fattura. Se il debitore non paga la fattura entro la data di scadenza, è possibile iniziare la procedura di recupero crediti. Per farlo, però, è importante accertarsi che il credito non sia caduto in prescrizione e quindi diventato inesigibile.

Per riscuotere un credito potete chiedere assistenza a dei professionisti. Tuttavia, prima di affidarsi ad una società di recupero crediti, ci sono diverse azioni che potete avviare in autonomia per convincere il cliente a pagare la fattura.

Potete, per esempio, provare a riscuotere il vostro denaro telefonando al debitore. Oppure, potete inviare al cliente un promemoria, chiamato anche sollecito di pagamento. Consigliamo di inviarlo in tempi brevi e di includere:

• indicazione di effettuare il pagamento entro sette giorni;

• una specifica del reclamo al sollecito;

• una dichiarazione per cui, se il pagamento non viene effettuato entro sette giorni, verrà consegnato un reclamo per il ritiro merci a spese del cliente insolvente.

Se telefonate e lettere di sollecito non dovessero funzionare, consigliamo di rivolgervi a professionisti del settore, come ad esempio un’agenzia di recupero crediti o un avvocato.

FASI DEL RECUPERO CREDITI

Sia che vi affidiate ad un professionista, sia che agiate da soli, la riscossione dei crediti si divide in due fasi: la fase stragiudiziale e la fase giudiziale.

La principale differenza fra i due procedimenti è che, mentre durante la fase stragiudiziale si richiede di pagare senza coinvolgere il Tribunale, in fase giudiziale ci si rivolge ad un giudice per ottenere il pagamento della fattura.

Fase stragiudiziale del recupero crediti

In genere, ogni procedura di riscossione crediti inizia in fase stragiudiziale. Questa fase è chiamata anche soluzione amichevole e permette di ottenere risultati in tempi brevi e con costi limitati. Gli strumenti tipici della fase stragiudiziale sono:

• Sollecito di pagamento scritto e/o telefonico;

• Piano di rientro;

• Messa in mora.

Tutte queste azioni hanno l’obiettivo di invitare il debitore a pagare in modo spontaneo.

Fase giudiziale del recupero crediti

Se, nonostante le richieste di pagamento, il debitore continua a non pagare, si può procedere in via giudiziale. In questo caso, il creditore dovrà rivolgersi al Tribunale per ottenere una condanna al pagamento. In questa fase del recupero crediti, però, è necessario chiedere assistenza ad un avvocato.

Le principali procedure giudiziali di recupero crediti sono:

• Ingiunzione di pagamento;

• Processo ordinario di cognizione;

Procedimento europeo di ingiunzione di pagamento.

Il nostro secondo post

14 febbraio 2020

Il Tributo, imposta e contributo: cosa sono.

Spesso superficialmente utilizzati come sinonimi, i termini di tributo, imposta, tassa e contributo celano significati evidentemente molto diversi per forma e per natura.

Introduciamo pertanto un tema – quello del diritto tributario – di cui ci occuperemo a lungo nel corso delle prossime settimane, attraverso uno sguardo preliminare al senso di tali prestazioni.

Cos’è il tributo

Cominciamo dal tributo, una prestazione che ha tra i suoi termini distintivi il fatto che consiste in un’obbligazione che ha per oggetto una prestazione pecuniaria a titolo definitivo, che nasce direttamente o indirettamente da una legge, e che sorge solamente in presenza di un presupposto di un fatto, e non di un illecito.

Ricondurre un’entrata all’interno del recinto “tributario” è estremamente importante. La connotazione del carattere di un tributo conduce – tra gli altri – ad attribuire all’entrata in questione i termini di impignorabilità, non assoggettabilità ad altre forme di imposizione, competenza esclusiva del Tribunale nelle ipotesi di controversie e legittimità ad autorizzare ispezioni per l’accertamento di atti di evasione, in deroga al principio di inviolabilità del domicilio.

In altri termini, il tributo è una prestazione obbligatoria, generalmente richiesta dallo Stato, da ente pubblico o da pubblica amministrazione, esercizio della potestà di un ente sovrano.

All’interno dei tributi si possono distinguere imposte, tasse e contributi. Ma cosa sono?

Cos’è l’imposta: differenza con il tributo

L’imposta è un’obbligazione pubblicistica, indisponibile, di solito pecuniaria, a titolo definitivo, che ha origine diretta o indiretta dalla legge. Il nobile obiettivo dell’imposta è quello di effettuare dei prelievi di ricchezza sui contribuenti, al fine di poter far fronte a fini di interesse generale. In altri termini, con le imposte lo Stato induce i cittadini a partecipare al finanziamento della spesa pubblica che risulta essere destinata a servizi indivisibili, quali possono essere la difesa, la giustizia, l’ordine pubblico.

Di qui, è possibile trarre diverse considerazioni di rilievo. In primo luogo, l’imposta è un tributo che contrariamente alle altre figure che avremo modo di esaminare si contraddistingue per la sua funzione tipica, ovvero attuare il concorso alla spesa pubblica. Il contribuente risulterà pertanto essere tenuto al pagamento dell’imposta per il solo fatto che esiste una spesa pubblica da distribuire.

A sua volta, per questo motivo l’imposta è definibile come una obbligazione di riparto di oneri economici pubblici, tale per cui ogni contribuente sarà “debitore” di una quota di tale tributo, unitamente alla platea di tutti gli altri contribuenti.

Considerato che l’art. 23 della nostra Costituzione prevede che “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”, ne discenderà che sarà ogni legge d’imposta a dover determinare chi siano i soggetti passivi della contribuzione, e in che modo debba essere ripartita l’imposta, o ancora quali siano i fatti o le situazioni dai e dalle quali si fa dipendere la determinazione della quota di contribuzione per ciascun soggetto.

Anche l’imposta è peraltro indisponibile sotto il profilo della sua obbligazione: mentre infatti in diritto privato il creditore può sempre rinunciare al credito vantato, il creditore tributario non può farlo poiché il suo credito non è a sé stante, ma è una quota dell’imposta totale.

Cos’è la tassa

Arriviamo dunque a occuparci della tassa, un prelievo che viene operato nei confronti di tutti coloro i quali domandano e ottengono un servizio pubblico divisibile, come l’istruzione, i concorsi, e così via. Di norma, il servizio pubblico è fornito su richiesta del soggetto e può produce un beneficio in capo a quest’ultimo, ma non è affatto detto che sia così: alcune tasse vengono infatti versate a fronte di un’attività pubblica provocata ma non richiesta dal soggetto obbligato, come avviene per il pagamento di una tassa giudiziaria dovuta da chi ha subito un processo penale.

Pertanto, per poter definire correttamente la tassa concorrono almeno due punti: l’esistenza di tasse volontarie, e il dubbio sull’appartenenza o meno alla categoria delle tasse di molti corrispettivi di pubblici servizi.

In primo luogo, può esser utile rammentare come l’appartenenza alla categoria di tassa di un dato corrispettivo è generalmente riconducibile alla sua manifestazione originaria. Se in altri termini la fonte della tassa è un contratto, occorrerà comprendere se la normativa applicabile a tale rapporto sia o meno quella di diritto privato: se tale normativa risulta applicabile, la contropartita economica del servizio sarà un corrispettivo di diritto privato, altrimenti si tratterà di una tassa.

Se invece l’origine del rapporto non è un contratto, e l’atto “fonte” non è previsto o disciplinato contrattualmente, l’aspetto rilevante per poter qualificare la tassa è la disciplina dell’adempimento dell’obbligazione e dell’acquisizione dell’entrata. In termini più concreti, la tassa richiederà in questo caso i caratteri di un’entrata coattiva e, pertanto, il procedimento acquisitivo dovrà prevedere l’utilizzo di strumenti come, ad esempio, l’atto di imposizione o l’autotutela esecutiva. In caso contrario si parlerà più semplice di corrispettivo.

Traendo le conclusioni, la tassa si distingue da imposte e corrispettivi dal fatto che risulta essere dovuta in relazione alla fruizione di un servizio pubblico o di un’attività che viene resa dall’ente pubblico all’obbligato. Ne consegue altresì che la tassa non è dovuta o, se è pagata, deve essere restituita, qualora il servizio non sia stato reso per fatto imputabile all’ente pubblico erogatore. Ancora, è noto che l’ammontare della tassa non potrà superare il costo del servizio reso e che per i servizi relativi ai bisogni essenziali o irrinunciabili della vita (come l’istruzione) dovrà essere sempre rispettato il canone della capacità contributiva.

Cos’è il contributo

Concludiamo infine con il contributo, un prelievo coattivo di ricchezza effettuato nei confronti di coloro che traggono un beneficio individuale da opere o servizi di rilevanza generale.

Per certi versi, non è certo inidoneo affermare che il contributo è inquadrabile come una prestazione riconducibile sia all’istituto dell’imposta, sia a quello della tassa.

In particolar modo, in maniera simile a quanto avviene con le tasse, anche il contributo nasce con lo scopo di far gravare una parte del costo del servizio o dell’opera su coloro che se ne avvantaggiano in maniera specifica.

Si parla in particolar modo di contributi di natura fiscale, richiesti a coloro che si avvantaggiano dall’utilizzo di opere pubbliche, oppure sociali, determinati accantonamenti di reddito per far fronte ad esigenze future, prevalentemente di natura previdenziale.

"Sul regime giuridico delle opposizioni ".

Voglio fare il punto circa l'attuale disciplina delle opposizioni contro gli atti della riscossione mediante ruolo.

Diverso tempo fa, avevo già parlato dell'argomento in questo articolo, ma voglio riprenderlo in maniera più completa, e soprattutto alla luce della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale.

Lo farò con una serie di articoli.

In questo, il primo della serie, tratterò delle opposizioni all'esecuzione e agli atti esecutivi.

Posso sin da ora, comunque, isolare il seguente principio generale e di massima: quando la contestazione avanzata dal debitore è volta a contestare il diritto dell'Agente della Riscossione a richiedere il pagamento delle somme (per esempio, per intervenuta prescrizione o decadenza) allora su di essa deve decidere il Giudice che è competente per il merito della questione, che può essere diverso a seconda della natura del credito azionato.

Per esempio, per i crediti di natura tributaria è competente il Giudice tributario (Commissione Tributaria), per i crediti nascenti da violazioni del codice della strada è competente, in generale e salvo ipotesi particolari, il Giudice di Pace, per i crediti INPS è competente il Giudice del Lavoro ecc. ecc.

Quando si contesta, invece, la regolarità formale degli atti del pignoramento, della cartella di pagamento, del ruolo o della loro notifica, allora sulla domanda deve decidere il Giudice dell'esecuzione, cioè sempre il Tribunale, anche se, per il merito, sarebbe competente un altro Giudice.

Come vedremo in questo e nei prossimi articoli, pur potendo sembrare, a tratti, le norme che esaminerò intricate e confusionarie, il loro combinato disposto finisce sempre con il rispettare il suddetto principio.

In linea generale contro gli atti della riscossione mediante ruolo (quindi posti in essere da Equitalia, ora sostituita da Agenzia delle Entrate-Riscossione, o, in Sicilia, Riscossione Sicilia Spa) è possibile opporsi con gli strumenti dell'opposizione all'esecuzione e dell'opposizione agli atti esecutivi.

La prima (l'opposizione all'esecuzione) è regolata dagli artt. 615 e ss. del codice di procedura civile.

Si tratta dell'azione con la quale il debitore contesta il diritto stesso del creditore a procedere ad esecuzione forzata; la seconda (l'opposizione agli atti esecutivi) è regolata, invece, dagli artt. 617 e ss. del codice di procedura civile e con essa il debitore contesta la regolarità formale degli atti dell'esecuzione o della loro notifica.

Le modalità di presentazione delle due opposizioni citate e le regole processuali che le disciplinano, sono differenti a seconda che l'opposizione sia proposta prima o dopo l'inizio dell'esecuzione forzata.

L'esecuzione forzata inizia con il pignoramento, pertanto le modalità di presentazione e le regole processuali delle opposizioni di cui trattiamo, differiscono a seconda che esse siano presentate prima o dopo il pignoramento.

Ora, le opposizioni in parola sono state pensate e strutturate dal Legislatore, all'inizio degli anni 40, con riguardo alla procedura di esecuzione forzata ordinaria, regolata dal codice di procedura civile.

Quest'ultima si snoda come segue:

1. Il creditore ottiene un titolo esecutivo, per esempio una sentenza;

2. Il creditore deve fare apporre al titolo esecutivo la c.d. formula esecutiva;

3. Il titolo esecutivo, munito della formula esecutiva, deve essere notificato al debitore;

4. Il creditore deve notificare al debitore un atto di precetto, che consiste, in breve, in una intimazione ad adempiere entro un termine preciso. Il precetto può essere notificato contemporaneamente al titolo esecutivo, oppure successivamente;

5. Infine, il creditore procede con il pignoramento, che segna l'inizio dell'esecuzione forzata

Tuttavia, la procedura di riscossione mediante ruolo differisce, non poco, dall'esecuzione forzata ordinaria.

Ed infatti, nella riscossione mediante ruolo, il titolo esecutivo è rappresentato, appunto, dal ruolo e non necessita dell'apposizione di una formula esecutiva; inoltre, non esiste affatto un vero e proprio atto di precetto.

La funzione di quest'ultimo, è assolta, nel contesto della riscossione mediante ruolo, dalla cartella di pagamento, che è la porzione di ruolo che si riferisce al singolo debitore cui è notificata. Maggiori informazioni si trovano nell'articolo dedicato alla riscossione mediante ruolo.

La cartella di pagamento, pertanto, è equiparata dalla Giurisprudenza al precetto e la sua notifica è equiparata alla notifica del titolo esecutivo.

Un'altra fondamentale differenza tra l'esecuzione forzata ordinaria e la riscossione mediante ruolo è che mentre nella prima al precetto

segue necessariamente il pignoramento, nella seconda alla cartella di pagamento possono seguire - e, di fatto, sempre seguono - atti

differenti e sui generis, che non hanno natura di atti di esecuzione.

Mi riferisco, per esempio, al preavviso di fermo o all'iscrizione di ipoteca, come anche alla notifica delle intimazioni di pagamento.

Da quanto dico, risulta evidente che l'applicazione delle azioni di opposizione di cui trattiamo al procedimento di riscossione mediante ruolo risulta, a volte, problematica e può essere causa di confusione ed incertezze.

Non a caso, si tratta di una materia tra le più ricorrenti nelle sentenze della Corte di Cassazione.

I problemi consistono, generalmente, nello stabilire quando e come tali azioni sono applicabili e nel fissare i confini tra esse e le altre azioni previste a tutela del debitore contro il procedimento di riscossione mediante ruolo.

L'opposizione all'esecuzione

Il debitore può contestare il diritto stesso del creditore di procedere ad esecuzione.

Ciò avviene, per esempio, quando il debitore neghi che il creditore sia munito di un valido titolo che lo legittimi a porre in essere l'esecuzione, oppure quando eccepisca che il diritto del creditore sia venuto meno per qualsivoglia ragione; per esempio, per intervenuta decadenza o prescrizione, oppure perchè il debitore ha già pagato quanto dovuto.

Tale contestazione può avvenire attraverso l'azione di opposizione all'esecuzione.

Prima dell'inizio dell'esecuzione forzata (opposizione a precetto)

Quando l'opposizione all'esecuzione è proposta prima dell'inizio dell'esecuzione (cioè prima del pignoramento) essa prende il nome di "opposizione al precetto".

Ed infatti, il pignoramento (che segna l'inizio dell'esecuzione forzata) come abbiamo visto, deve essere preceduto dalla notifica del precetto, nell'esecuzione ordinaria.

Va da sè, quindi, che opporsi all'esecuzione, prima che questa sia iniziata, significa opporsi al precetto.

Nell'ambito della riscossione mediante ruolo, come abbiamo visto, tuttavia la cartella di pagamento equivale al precetto e la sua notifica equivale alla notifica del titolo esecutivo.

Ne consegue che, nel contesto della riscossione mediante ruolo, l'opposizione all'esecuzione prima del pignoramento, è rivolta contro la cartella di pagamento e con essa possono essere fatte valere eccezioni e contestazioni relative a fatti verificatisi prima della notifica della cartella di pagamento.

I fatti successivi potranno essere fatti valere con l'azione di accertamento negativo del diritto, di cui parlerò nei prossimi articoli. Se comunque si tratta di fatti successivi al pignoramento, allora essi potranno essere fatti valere con l'opposizione all'esecuzione successiva all'inizio dell'esecuzione, di cui tratterò nel prossimo paragrafo.

Tanto precisato, l'opposizione al precetto è regolata dagli artt. 615 e ss del codice di procedura civile, in base ai quali essa si presenta con citazione dinanzi al Giudice competente per materia o per valore e per territorio.

In altre parole, l'opposizione in parola si presenta al Giudice che è competente per il merito della questione; ed infatti, con essa si introduce un ordinario giudizio di cognizione.

Così, per esempio, quando l'opposizione alla cartella abbia ad oggetto una sanzione amministrativa per violazione del codice della strada essa deve essere proposta dinanzi al Giudice di Pace territorialmente competente, in quanto questi è il Giudice competente per materia a conoscere delle controversie relative alle violazioni del codice della strada, salvo ipotesi particolari di cui tratterò nei prossimi articoli.

Al contrario, quando la sanzione amministrativa non sia relativa al codice della strada, ma, per esempio, alla tutela del lavoro, allora l'opposizione dovrà essere proposta, a prescindere dal valore, al Tribunale, perchè questi è il Giudice competente per il merito in materia di tutela del lavoro.

Nel caso in cui la competenza appartenga al Giudice del Lavoro (per esempio crediti INPS), l'opposizione dovrà essere introdotta non con citazione, ma con ricorso.

Il Giudice investito del giudizio di opposizione può sospendere, su richiesta del debitore, l'efficacia esecutiva del titolo, in tutto o in parte, quando ricorrano gravi motivi.

L'opposizione a precetto, infine, non è prevista per i crediti di natura tributaria, per i quali sussiste la giurisdizione esclusiva della Commissione Tributaria; parlerò, nei prossimi articoli, più diffusamente dei rapporti tra le due giurisdizioni.

Come è evidente, le norme rispettano il principio che ho prima isolato: se la contestazione investe il diritto a procedere ad esecuzione, decide su di essa il Giudice cui appartiene la competenza sul merito.

Dopo l'inizio dell'esecuzione forzata

Quando l'opposizione all'esecuzione è proposta dopo l'inizio dell'esecuzione forzata, cioè dopo il pignoramento, essa si presenta sempre - quindi, a prescindere dal valore e dalla natura del diritto in contestazione - con ricorso al giudice dell'esecuzione, cioè al Tribunale.

Con tale azioni, per quanto concerne la riscossione mediante ruolo, potranno essere fatte valere tutte quelle circostanze (es. prescrizioni o decadenze) verificatesi successivamente al pignoramento.

In questo caso, il procedimento è suddiviso in due fasi.

La prima fase è di natura cautelare e sommaria; essa ha lo scopo, cioè, di consentire al Tribunale di adottare, velocemente e senza particolari formalità, tutti i provvedimenti provvisori ritenuti opportuni, come per esempio, la sospensione della procedura esecutiva.

La seconda fase, al contrario, è un ordinario giudizio di cognizione, che si svolgerà dinanzi al Giudice competente per il merito della questione, che potrebbe ben essere diverso, come abbiamo visto, dal Tribunale.

Quindi, il Giudice dell'esecuzione (il Tribunale) ricevuto il ricorso in opposizione all'esecuzione, fisserà con decreto l'udienza per la comparizione delle parti, così dando il via alla prima fase, quella cautelare e sommaria.

In questa fase, Giudice emetterà i provvedimenti cautelari e provvisori ritenuti opportuni (esempio: sospensione) e poi emetterà i provvedimenti relativi all'avvio della seconda fase, quella di merito.

In particolare, se per il merito è competente lo stesso Ufficio Giudiziario, assegnerà un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito, secondo le modalità previste in ragione della materia e del rito, previa iscrizione a ruolo, a cura della parte interessata, osservati i termini a comparire di cui all’articolo 163-bis, o altri se previsti, ridotti della metà.

Se, invece, il Tribunale, Giudice dell'esecuzione, non è competente per il merito, rimetterà la causa al giudice competente, assegnando alla parte interessata un termine perentorio per la riassunzione.

Quindi, se, per esempio, l'esecuzione forzata era stata avviata per il recupero di un credito nascente da violazione delle norme del codice della strada, il Tribunale investito dell'opposizione all'esecuzione, dopo avere esaurito la prima fase del procedimento (nella quale avrà eventualmente sospeso la procedura esecutiva) dovrà rimettere la causa per il merito al Giudice di Pace, essendo questo il Giudice competente per materia, in generale e salvo ipotesi particolari di cui tratterò nei prossimi articoli.

Anche in questo caso, è rispettato il principio generale. Sul diritto o meno di procedere ad esecuzione forzata, infatti, anche in questo caso, deciderà esclusivamente il Giudice competente per il merito, mentre il Giudice dell'esecuzione (il Tribunale) si limita ad emettere i provvedimenti cautelari e provvisori (sospensione), che non investono il merito della pretesa, ma hanno la sola funzione di evitare al debitore, in presenza di gravi motivi, il pregiudizio che gli deriverebbe se si proseguisse con l'esecuzione in pendenza di causa, per poi scoprire che il creditore non aveva diritto di agire.

L'opposizione all'esecuzione successiva all'inzio dell'esecuzione forzata, per i crediti di natura tributaria, è consentita (contrariamente, quindi, all'opposizione alla cartella di pagamento, quella precedente l'esecuzione) seppur con alcune limitazioni, ad oggi, invero, di molto ridimensionate a seguito di una recente sentenza della Corte Costituzionale. Ne parlerò più diffusamente nei prossimi articoli.

L'opposizione agli atti esecutivi

Come ho già detto, è possibile che il debitore non contesti il diritto del creditore a porre in essere l'esecuzione, ma semplicemente la regolarità formale degli atti o della loro notifica.

Ciò avviene quando il debitore lamenti che l'atto preso in considerazione non sia conforme allo schema legale previsto dal Legislatore per quell'atto oppure quando contesti che quell'atto sia stato correttamente notificato.

Nel contesto della riscossione mediante ruolo, sono da considerarsi opposizioni relative alla regolarità formale degli atti:

• La mancata (o invalida) notifica della cartella o degli altri atti dell'esecuzione;

• L'assenza di motivazione della cartella di pagamento o degli altri atti dell'esecuzione;

• La mancata sottoscrizione del ruolo, della cartella di pagamento o degli altri atti dell'esecuzione;

• La mancata indicazione del responsabile del procedimento;

• La mancata indicazione dei criteri di calcolo degli interessi;

• La mancata indicazione degli atti precedenti.

Si tratta di elenco, ovviamente, non esaustivo e a titolo meramente esemplificativo.

Bene, l'opposizione agli atti esecutivi si presenta sempre dinanzi al Tribunale competente per territorio che, in quanto giudice dell'esecuzione, è competente per materia a conoscere di tali controversie, a norma del combinato disposto degli artt. 9 e 480 terzo comma c.p.c.

Come per l'opposizione all'esecuzione, anche per quella agli atti esecutivi dobbiamo distinguere il caso in cui essa sia presentata prima dell'inizio dell'esecuzione, dal caso in cui essa sia presentata dopo l'inizio dell'esecuzione.

Prima dell'inizio dell'esecuzione forzata

Prima dell'inizio dell'esecuzione (cioè prima del pignoramento), in linea generale, gli atti la cui regolarità formale può essere contestata sono solo due: il titolo esecutivo ed il precetto.

Nella espropriazione forzata ordinaria, invero, questi sono gli atti che precedono il pignoramento.

L'art. 617 primo comma, recita infatti:

Le opposizioni relative alla regolarità formale del titolo esecutivo e del precetto si propongono, prima che sia iniziata l'esecuzione, davanti al giudice indicato nell'articolo 480 terzo comma (...)

L'opposizione deve essere presentata entro 20 giorni dalla notifica del titolo esecutivo o del precetto, con citazione dinanzi al Giudice dell'esecuzione, cioè il Tribunale.

La norma, più precisamente, fa riferimento al Giudice indicato nell'art. 480 terzo comma.

Ed infatti, secondo il dettato di tale ultima disposizione, il creditore che notifichi il precetto deve in esso dichiarare di essere residente, o eleggere domicilio, nel comune in cui ha sede il Giudice competente per l'esecuzione (per esempio, nel caso di escuzione su beni immobili è il Tribunale del luogo in cui i beni si trovano). In mancanza di tale dichiarazione, le opposizioni si propongono presso il giudice del luogo in cui l'atto è stato notificato.

Come abbiamo visto, tuttavia, nella riscossione mediante ruolo non esiste un vero e proprio atto di precetto, ma una cartella di pagamento.

Quest'ultima, pertanto, come ho già detto, è - a ragione - equiparata dalla Giurisprudenza all'atto di precetto, in quanto, in effetti, essa svolge la stessa identica funzione del precetto. Nella riscossione mediante ruolo, poi, il titolo esecutivo è rappresentato appunto dal ruolo.

Ne risulta che, con l'opposizione agli atti esecutivi, prima dell'inizio dell'esecuzione, si possono fare valere i vizi formali della cartella di pagamento e del ruolo (per esempio, mancata sottoscrizione, mancata motivazione, assenza dei criteri di calcolo ecc.).

Per quanto concerne i vizi di notifica della cartella (che sono - come ho già detto più sopra, e facendo un parallelo con l'esecuzione ordinaria - i vizi di notifica di precetto e titolo esecutivo, essi non possono essere fatti valere con l'opposizione agli atti esecutivi prima dell'inizio dell'esecuzione.

Ed infatti, il primo comma dell'art. 617 cit., quello che sto analizzando in questo momento e che regola l'opposizione agli atti esecutivi prima dell'inizio dell'esecuzione, si riferisce esclusivamente alle "opposizioni relative alla regolarità formale del titolo esecutivo e del precetto".

Le contestazioni relative alla notifica del titolo e del precetto, al contrario, sono espressamente inserite dal legislatore nel secondo comma dell'art. 617 cit., che regola l'opposizione agli atti esecutivi, dopo l'inizio dell'esecuzione.

I vizi di notifica della cartella, pertanto, si possono fare valere solo con l'opposizione agli atti esecutivi, dopo l'inizio dell'esecuzione, quindi solo dopo il pignoramento.

Parlerò nel prossimo paragrafo dell'opposizione agli atti esecutivi dopo l'inizio dell'esecuzione.

Ora, per quanto tale assetto normativo possa, a prima vista, apparire pregiudizievole per il debitore, in realtà a quest'ultimo sono comunque garantiti adeguati strumenti di tutela contro gli atti della riscossione mediante ruolo, in ogni fase della stessa.

E' necessario, infatti, ribadire che le azioni di opposizione all'esecuzione e agli atti esecutivi sono state pensate dal Legislatore in relazione alla ordinaria esecuzione forzata, come prevista dal codice civile e pertanto esse sono strutturate con riguardo alla sequenza di atti tipica dell'esecuzione forzata ordinaria.

Tale sequenza, come abbiamo accennato, si snoda come segue: ottenuto un titolo esecutivo (es. una sentenza), esso va notificato, successivamente (o contemporaneamente con il titolo esecutivo) va notificato un atto di precetto e successivamente si pone in essere il pignoramento, che segna l'inizio dell'esecuzione forzata vera e propria.

Nell'esecuzione forzata ordinaria, pertanto, non esistono atti che sia necessario notificare tra il precetto ed il pignoramento.

Ne consegue che i difetti di notifica di precetto e titolo esecutivo non possono che logicamente farsi valere solo dopo la notifica dell'atto di pignoramento.

Prima del pignoramento, infatti, da un lato il debitore non avrebbe alcun interesse a farli valere, e dall'altro se lo facesse, rischierebbe di sanare il difetto di notifica eccepito, in quanto, proprio eccependolo, il debitore dimostrerebbe che la notifica ha raggiunto il suo scopo (che è di portare a conoscenza del destinatario l'atto).

Il procedimento di riscossione mediante ruolo, tuttavia, differisce - e non poco - dalla ordinaria esecuzione forzata e, per l'appunto, dopo la notifica della cartella di pagamento esso può proseguire e - di fatto - sempre prosegue con la notifica di ulteriori atti diversi dal pignoramento e non aventi natura di atti propri dell'esecuzione forzata. Mi riferisco, per esempio, al preavviso di fermo su beni mobili registrati, alle intimazioni di pagamento, all'iscrizione di ipoteca ecc.

Non avendo tali natura esecutiva, contro di essi non si possono esperire le azioni di cui trattiamo.

Conseguentemente, le norme che regolano le opposizioni agli atti esecutivi ed all'esecuzione forzata non sempre sono idonee ad offrire al debitore uno strumento di tutela completo ed idoneo contro gli atti della riscossione mediante ruolo.

Tuttavia, tale tutela è offerta da altre azioni.

Ed infatti, innanzittutto, per quanto concerne i crediti di natura tributaria, prima dell'inizio dell'esecuzione, la giurisdizione appartiene in via esclusiva al Giudice tributario (Commissioni Tributarie) e si estende tanto alle questioni di merito quanto a quelle relative alla regolarità formale degli atti, compresa la regolarità della loro notifica.

Pertanto, in materia tributaria, il problema della tutela contro i vizi di notifica della cartella di pagamento, prima dell'esecuzione forzata, non si pone nemmeno, potendo sempre il contribuente ricorrere alla Commissione Tributaria.

Per quanto concerne gli altri crediti (multe stadali, contributi INPS ecc.) la Giurisprudenza ha sempre ammesso la possibilità di agire dinanzi il Giudice competente per materia.

La più recente (e condivisibile a mio parere) Giurisprudenza, qualifica tali azioni come accertamento negativo del diritto.

Quindi, per esempio, chi volesse far valere la nullità della notifica di una cartella di pagamento emessa sulla base di una multa stradale, non deve necessariamente attendere il pignoramento e subire passivamente eventuali preavvisi di fermo o intimazioni ma può agire dinanzi al Giudice di Pace, che è competente per materia, con un'azione di accertamento negativo del diritto (dell'Agente della Riscossione a procedere).

Tale azione è un'ordianario giudizio di cognizione e si svolge, pertanto, con le regole tipiche del rito di volta in volta da utilizzarsi; per esempio, se si trattasse di crediti INPS, invece che di multe stradali, l'azione sarebbe da introdursi con ricorso dinanzi al Giudice del Lavoro.

Parlerò più diffusamente dell'accertamento negativo del diritto nei prossimi articoli.

Infine, è fondamentale sottolineare che le sentenze emesse a seguito di opposizione agli atti esecutivi non sono appellabili e pertanto contro di esse l'unico rimedio esperibile è il ricorso per cassazione.

Dopo l'inizio dell'esecuzione forzata

Dopo l'inizio dell'esecuzione forzata, si possono fare valere, con l'opposizione agli atti esecutivi, tutti i vizi relativi alla regolarità formale del titolo esecutivo e del precetto, che non sia stato possibile fare valere prima dell'esecuzione. Tale impossibilità si verifica, tipicamente, quando non sono andate a buon fine le notifiche del titolo e del precetto.

Inoltre, a differenza di quanto avvenga prima dell'esecuzione, dopo di essa possono essere fatti valere i vizi di notifica del titolo e del precetto.

Come abbiamo ampiamente visto, nel contesto della riscossione mediante ruolo il titolo è il ruolo stesso, il precetto è la cartella di pagamento e la notifica di quest'ultima equivale alla notifica del titolo.

Possono, poi, farsi valere i vizi formali e di notifica di tutti gli altri atti dell'esecuzione forzata (es. del pignoramento).

L'opposizione si presenta con ricorso al Giudice dell'esecuzione entro 20 giorni dalla notifica del primo atto di esecuzione, se riguarda il titolo esecutivo o il precetto, oppure dal giorno in cui i singoli atti sono stati compiuti, e comunque a far data dalla effettiva conoscenza dell'atto.

Così come avviene per l'opposizione all'esecuzione successiva all'inzio dell'esecuzione, anche per quella agli atti esecutivi proposta successivamente al pignoramento, il procedimento si divide in due fasi.

Una prima fase cautelare e sommaria ha lo scopo di consentire al Giudice di emettere, su richiesta di parte, i provvedimenti provvisori ritenuti necessari (es. sospensione). Emessi tali provvedimenti, il Giudice fisserà un termine per l'introduzione del giudizio di merito, che sarà volto ad accertare se il vizio formale contestato è effettivamente sussistente. Il giudizio di merito, trattandosi di opposizione agli atti esecutivi, si svolgerà sempre dinanzi al Tribunale, stante la competenza per materia di quest'ultimo.

La sentenza emessa in seno a tale giudizio non è appellabile e pertanto contro di essa è esperibile solo ed esclusivamente il rimedio del ricorso per cassazione.

Il nostro primo post

15 gennaio 2020

DOMANDE e RISPOSTE

Puoi diminuire le imposte aprendo una società all’estero utilizzando la legge?

Quanto sono tassati gli utili della società estera distribuiti alla S.r.l. Italiana?

Ecco a cosa devi stare attento quando fai pianificazione fiscale internazionale e decidi di delocalizzare il reddito in un paese estero:

Quando una S.r.l. italiana paga le imposte sul 100% degli utili distribuiti dalla società estera?

Quando una S.r.l. italiana paga le imposte sul 50% degli utili della società estera?

Quando una S.r.l. italiana paga le imposte sul 5% degli utili distribuiti dalla società estera?

Quando una società estera è considerata a fiscalità privilegiata?

Procedura per comprendere in quale Paese estero ti conviene delocalizzare il reddito per tagliare il maggior numero di imposte

Cose a cui devi stare attento quanto hai una società estera controllata dalla tua S.r.l. italiana:

Non troverai un elenco dei paesi migliori e dei paesi peggiori, ma, invece, troverai una sintesi di tutto ciò che un buon imprenditore deve conoscere per poter valutare autonomamente dove, ed a quali condizioni, gli conviene aprire una società estera senza infrangere la legge e tagliando le imposte della S.r.l. al minimo possibile.

La primissima cosa a cui stare attento, quando decidi di aprire una società estera, è quella di evitare il reato di esterovestizione.

La soluzione a questa regola è che la delocalizzazione del reddito non è un reato, ma l’esterovestizione sì.

Seguire le regole.

Primo, basare le tue iniziative sui dati certi del bilancio corretto ed aggiornato grazie ad un controllo mensile dei numeri, frequente e continuativo;

Successivamente, conoscere gli strumenti che ti consentiranno di ridurre le imposte della società nel pieno rispetto della legge.

Tutta la piramide imprenditoriale si deve basare su queste due regole fondamentali e ti porterà, ovunque tu sia nel mondo, al vertice delle aspettative di ogni essere umano, ossia maggior tempo e maggior denaro per te.

Tagliare le imposte ti garantisce di avere più soldi rispetto a prima.

Puoi diminuire le imposte aprendo una società all’estero utilizzando la legge?

La risposta è: certo che puoi tagliare le imposte utilizzando una società estera grazie alla legge.

Una delle tecniche per tagliare le imposte utilizzando la legge è quella di aprire una società all’estero e svolgere regolarmente una parte dell’attività all’estero, per portare il reddito nella nuova società estera evitando di pagare le imposte che ci sono in Italia.

Detto in modo semplice, in una S.r.l. italiana paghi il 28% di imposte (24% di Ires e circa il 4% di Irap) mentre, con una società estera, nella maggior parte dei casi, paghi meno imposte sugli stessi redditi.

Il meccanismo è semplice, delocalizzando i redditi all’estero in una società estera invece che in Italia, paghi meno imposte rispetto a quelle che pagherebbe una S.r.l. italiana.

Per comprendere quando delocalizzi i redditi all’estero ad una società estera, nel rispetto della legge, ti riporto, di seguito, dei punti importanti per scoprire quando fai le cose correttamente per evitare l’accusa di esterovestizione:

– la società estera deve lavorare autonomamente con una propria organizzazione di mezzi e dipendenti, rispetto ai soci che sono in Italia;

– gli amministratori devono prendere le decisioni aziendali presso la sede della società estera e, comunque, non bisogna prendere scelte amministrative a nome della società estera quando si è fisicamente in Italia;

– il socio italiano non deve prendere scelte manageriali per conto della società estera in Italia. Nel caso le prendesse deve dichiarare parte del reddito in Italia in funzione del lavoro fatto in Italia;

– se il socio italiano fosse una persona fisica italiana rischierebbe maggiormente l’esterovestizione rispetto che intestare le quote alla S.r.l. . Non devi assolutamente lavorare per conto della società estera (ossia non devi fare scelte aziendali, non devi chiudere contratti, non devi coordinare dipendenti, non devi coordinare clienti, non devi coordinare fornitori) mentre sei fisicamente in Italia.

– se il socio della società estera fosse una S.r.l. holding italiana, avresti meno problemi relativamente all’esterovestizione, in quanto eventuali lavori per conto della controllata estera li potresti benissimo fatturare in Italia.

Siccome è più utile e funzionale intestare le quote della società estera ad una S.r.l. italiana, invece che intestarle direttamente a te persona fisica, bisogna comprendere che, gli utili che questa riceve dalla società estera, hanno 3 differenti livelli di imposizione fiscale.

Cosa che devi assolutamente comprendere perché rischieresti di pagare più imposte del dovuto sulla S.r.l. e che non ti farebbero fare la giusta scelta nella localizzazione della nuova società estera.

Quanto sono tassati gli utili della società estera distribuiti alla S.r.l. Italiana?

Gli utili che una società estera distribuisce ad una S.r.l. italiana devono essere tassati con uno di questi 3 metodi:

– Al 5% degli utili della società estera se questa è residente in Paese a fiscalità ordinaria. Dunque tagli il maggio numero di imposte perchè questi utili sarebbero esenti imposte per il 95%;

– Al 50% degli utili della società estera, avendo anche il vantaggio di un credito d’imposta per le imposte pagate all’estero, quando la società estera risiede in un Paese a fiscalità privilegiata ma dimostra che svolge veramente un’attività economica;

– Al 100% degli utili della società estera se questa ha la sede in un Paese a fiscalità privilegiata. Quindi paghi le imposte più alte in assoluto.

Come puoi notare ci sono 3 metodi diversi che ti fanno pagare un differente carico fiscale quanto una S.r.l. italiana riceve utili da una società estera. Cosa che, se utilizzata con intelligenza, ti consente di fare la scelta giusta per comprendere il Paese che ti fa diminuire le imposte sugli utili distribuiti nel rispetto della legge.

Detto in altro modo, se paghi troppe poche imposte con la società estera, lo Stato vuole che il socio dichiari per trasparenza i redditi nella sua personale dichiarazione dei redditi (privato oppure altra S.r.l. italiana).

Ricordandoti che, se incassi gli utili come persona privata paghi sempre con una imposta sostitutiva del 26% sulla plusvalenza, mentre se incassi gli utili della società estera nella S.r.l. allora paghi le imposte secondo uno di questi 3 casi visti prima.

Ecco a cosa devi stare attento quando fai pianificazione fiscale internazionale e decidi di delocalizzare il reddito in un paese estero

Prima di proseguire, è necessario comprendere questo piccolo meccanismo per capire su quali tipologie di utili risparmi il carico fiscale.

Con una S.r.l. paghi le imposte su 2 livelli:

– il primo, quando generi un utile nella S.r.l. allora paghi il 28% di imposte complessive (il 24% di Ires e il 4% di Irap). Poi con gli utili netti, che rimangono dalle imposte nella S.r.l., li puoi distribuire o meno ai soci. In questo caso puoi tagliare il carico fiscale spostando del reddito in una società estera che paga meno del 28% di imposte italiane;

– se gli utili della S.r.l. italiana NON li distribuisci ai soci allora non paghi nessuna nuova imposta;

– dunque, per secondo, se gli utili della S.r.l. italiana li vuoi distribuire ai soci paghi ulteriori imposte che variano dal fatto che queste siano intestate a te direttamente come persona fisica oppure ad una tua S.r.l. . Ai fini di questa circolare è importante comprendere che, sugli utili di una S.r.l. italiana distribuiti ad un’altra S.r.l. italiana, si paga l’1,2% di imposte (cosa che per gli utili di una società estera distribuiti ad una S.r.l. italiana si paga una imposta che varia dall’1,2% al 24%).

Ecco, per la società estera il meccanismo è lo stesso, ma le aliquote sono diverse.

All’estero, la società estera, non pagherà il 28% di imposte Ires e Irap, ma un’aliquota diversa che, in molti dei casi, sarà minore di quella italiana.

E, quando la società estera distribuisce gli utili ad una S.r.l. italiana, allora questa ultima dovrà dichiarare gli utili della società estera al 100%, o al 50% oppure al 5% (cosa che si trasforma in una imposta da pagare che varia dall’1,2% al 24%).

Cosa che tu devi assolutamente considerare se vuoi evitare che, il risparmio fiscale ottenuto sulla società estera, sia annullato quando prelievi gli utili dalla società estera e li distribuisci nella S.r.l. italiana.

Quando una S.r.l. italiana paga le imposte sul 100% degli utili distribuiti dalla società estera?

Quando la società estera ha la residenza in un Paese in cui il livello di imposte risulta inferiori al 50% rispetto a quello italiano, allora il Paese estero risulta a fiscalità privilegiata, mentre la società estera risulterà residente in un Paese a fiscalità privilegiata.

Dunque lo Stato vuole che, in considerazione del fatto che le imposte della società estera sono troppo basse, tu paghi più imposta qui in Italia sugli utili che la società estera distribuisce alla S.r.l. italiana facendoli tassare al 100%.

Ossia la S.r.l. italiana tassa gli utili di una società estera che risiede in un Paese a fiscalità privilegiata al 100% (al contrario, gli utili di una S.r.l. italiana distribuiti ad un’altra S.r.l. italiana sono tassati al 5%).

Questo non lo dico io, ma il comma 3 dell’articolo 89 del Tuir (il Tuir è la legge fiscale dove è riportato tutto quello che riguarda il carico fiscale italiano).

Di seguito ti riporto un pezzo dell’articolo 89 del Tuir per mostrarti perché, sugli gli utili distribuiti dalla società estera che risiede in un Paese a fiscalità privilegiata ad una S.r.l. italiana, questa seconda deve tassarli al 100%.

Non preoccuparti se l’articolo fiscale appare complesso, subito, di seguito, ti riporto una breve sintesi.

Comma 3 Articolo 89 del T.u.i.r. (testo unico imposte sul reddito)

2. Gli utili distribuiti, in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione, anche nei casi di cui all’articolo 47, comma 7, dalle società ed enti di cui all’articolo 73, comma 1, lettere a), b) e c), non concorrono a formare il reddito dell’esercizio in cui sono percepiti in quanto esclusi dalla formazione del reddito della società o dell’ente ricevente per il 95 per cento del loro ammontare. […] .

3. Verificandosi la condizione dell’articolo 44, comma 2, lettera a), ultimo periodo, l’esclusione del comma 2 si applica agli utili provenienti da soggetti di cui all’articolo 73, comma 1, lettera d), […], se diversi da quelli residenti o localizzati in Stati o territori a regime fiscale privilegiato […], o, […], sia dimostrato, […], il rispetto, sin dal primo periodo di possesso della partecipazione, della condizione indicata nel medesimo articolo, comma 2, lettera b).

Ossia che “dalle partecipazioni estere non consegua l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori a regime fiscale privilegiato”.

In sintesi, il comma 3 dell’articolo 89 del Tuir afferma che, la S.r.l. italiana deve tassare al 100% gli utili che riceve da una società estera se questa risiede in un Paese considerato a fiscalità PRIVILEGIATA.

Mentre sugli utili distribuiti alla S.r.l. italiana che provengono da una società estera che risiede in un paese a fiscalità ORDINARIA, si pagano le imposte sul 5% degli utili (cosa che è prevista anche per una S.r.l. italiana che distribuisce gli utili ad un’altra seconda S.r.l. italiana).

Dunque, di conseguenza, questo significa che, gli utili che una S.r.l. italiana riceve da una società estera che ha la sede presso un Paese a fiscalità privilegiata, paga il 24% di Ires senza poter beneficiare dell’imposta fiscale agevolata dell’1,2%.

Quando una S.r.l. italiana paga le imposte sul 50% degli utili della società estera?

Il secondo caso è quello in cui gli utili della società estera sono tassati al 50% sulla S.r.l. italiana, cosa che è sempre prevista dal comma 3 dell’articolo 89 del Testo unico delle imposte sul reddito.

Comma 3 Articolo 89 del T.u.i.r. (testo unico imposte sul reddito)

Gli utili provenienti dai soggetti di cui all’articolo 73, comma 1, lettera d), residenti o localizzati in Stati o territori a regime fiscale privilegiato […], non concorrono a formare il reddito dell’esercizio in cui sono percepiti in quanto esclusi dalla formazione del reddito dell’impresa o dell’ente ricevente per il 50 per cento del loro ammontare, a condizione che sia dimostrata, […], la sussistenza della condizione di cui al comma 2, lettera a), del medesimo articolo (ossia che il soggetto non residente svolga un’attività economica effettiva, mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali); in tal caso, è riconosciuto al soggetto controllante, […], un credito d’imposta ai sensi dell’articolo 165 in ragione delle imposte assolte dall’impresa o ente partecipato […].

In sintesi, questo pezzo di articolo sta a delineare 2 cose diverse:

Sugli utili della società estera che risiede in Paesi a fiscalità privilegiata e che dimostrano che svolge un’attività economica effettiva, mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali, la S.r.l. italiana deve pagare il 50% di imposte (invece che al 100% come nel caso precedente).

Inoltre prevede che, per le imposte pagate all’estero, sia riconosciuto un credito d’imposta che va a diminuire l’imposta italiana pagata sugli utili della società estera.

Se con la società estera si dimostra che NON è stata aperta per delocalizzare il reddito solo per convenienza fiscale, allora la S.r.l. italiana deve tassare gli utili della estera al 5%.

Invece, se la società estera dimostra che svolge una vera attività economica con propri mezzi, allora la S.r.l. italiana tassa al 50% gli utili distribuiti da quella società estera.

Quando una S.r.l. italiana paga le imposte sul 5% degli utili distribuiti dalla società estera?

Tutti gli utili che la S.r.l. italiana prende dalle società estere che sono considerate residenti in un Paese a “tassazione ordinaria” (ossia nel Paese estero nel quale la società estera paga almeno o più del 50% delle imposte che avrebbe pagato in Italia), sono tassati al 5%, invece che al 50% oppure al 100% come nei due casi precedenti.

Detto in un’altro modo, gli utili che una S.r.l. italiana prende da una società estera sono esenti imposta per il 95%.

Detto in modo ancora più semplice, se la tassazione della società estera non è troppo distante da quella che sarebbe stata applicata su una S.r.l. italiana, allora si pagano le imposte solo sul 5% degli utili di fonte estera.

Quando una società estera è considerata a fiscalità privilegiata?

La Legge di stabilità 2016 ha eliminato ogni riferimento alla “black list” di cui al d.m. 21 novembre 2001 dal comma 4 dell’articolo 167 del Tuir.

Quest’ultima norma stabilisce che: “i regimi fiscali, anche speciali, di Stati o territori si considerano privilegiati laddove il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile in Italia”.

Questo significa che per comprendere se una società estera risiede in un paese a fiscalità privilegiata non bisogna più fare riferimento ad una lista di paesi considerati “black list”, ma semplicemente bisogna comprendere se il paese estero ha delle imposte che sono inferiori al 50% rispetto a quelle applicate in Italia nella medesima situazione.

Procedura per comprendere in quale Paese estero ti conviene delocalizzare il reddito per tagliare il maggior numero di imposte

L’obiettivo ultimo di questa circolare non è solo quello di semplificarti l’interpretazione delle norme fiscali, ma è, soprattutto, quello di ottenere un sistema che ti permetta di prendere delle scelte strategiche sulla S.r.l. in modo tale da aver il maggio numero di bonus fiscali previsti dalla legge.

Per questo motivo, qui, di seguito, ti riporto la procedura che devi seguire per individuare in quale Paese ti conviene aprire una società estera riducendo il più possibile il carico fiscale complessivo della tua S.r.l. italiana:

Identifichi il livello di tassazione del Paese dove risiede la società estera;

Verifichi se questo Paese estero sia considerato a fiscalità privilegiata oppure è considerata a fiscalità ordinaria comprendendo se il livello di tassazione del Paese estero è superiore al 50% rispetto al livello di tassazione in Italia della S.r.l.;

Consideri il Paese estero buono per te solo se il suo livello della tassazione del Paese estero è superiore al 50% di quello italiano;

Fai una ulteriore verifica se il Paese estero che hai selezionato abbia le caratteristiche per far crescere al meglio il tuo business, compreso anche la parte burocratico di quel Paese, oltre che ad avere un livello di imposte minore rispetto a quelle che pagherebbe una S.r.l. italiana;

Ecco, ora hai trovato il tuo Paese estero dove delocalizzare il reddito, nel rispetto della legge, e diminuendo le imposte della S.r.l. .

Un principio di pianificazione fiscale internazionale è il fatto che puoi benissimo risparmiare le imposte spostando delle attività aziendali in una società estera, ma devi prima di tutto selezionare un Paese estero dove la differenza di tassazione non superi il 50% rispetto a quella italiana.

Questo perché, se così non fosse, tu dovresti tassare gli utili della società estera al 100% invece che il 5% che avrebbe una società estera che risiede in un Paese a fiscalità ordinaria.

Ma ricordati che, comprendere la vera convenienza fiscale nell’aprire una società all’estero e delocalizzare una parte di fatturato della S.r.l. italiana, lo puoi scoprire solo facendo i calcoli con precisione nella tua specifica situazione, considerando la tassazione dello Stato estero, i tuoi obiettivi imprenditoriali ed i tuoi obiettivi personali.

Cose a cui devi stare attento quanto hai una società estera controllata dalla tua S.r.l. italiana:

Ora che hai una procedura che ti delinea come assemblare a tuo vantaggio le norme fiscali sugli utili della società estera, ho deciso di condividere un nuovo breve capitolo per elencarti delle informazioni in cui puoi imbatterti quando fai ricerca su internet su questo argomento, e che non devono farti confondere su quello che è per te importante per fare la tua scelta strategica migliore quando stai decidendo di aprire una società all’estero:

– Queste regole che hai appena visto si applicano, di sicuro, alle S.r.l. che hanno una qualsiasi partecipazione diretta ad una società estera, sia in caso di quota maggioritaria che minoritaria. Nel caso in cui la società estera fosse controllata da un’altra società estera che poi è controllata dalla S.r.l. italiana, allora ci deve essere il requisito del controllo. Ossia che la S.r.l. italiana deve avere il controllo di fatto sulla ultima società estera;

– Le società estere europee non devono essere considerare in questa norma ma, per sicurezza, verifica sempre il requisito della tassazione inferiore al 50% rispetto alla tassazione italiana.

Report 

La tutela Patrimoniale.


Trust – Holding e Società semplice.


La protezione del patrimonio aziendale è un tema assai importante in questo periodo. Spesso, però, viene sottovalutato dall’imprenditore e dal cittadino.

Non è affatto cosa rara che l’imprenditore si preoccupi di tutelare il proprio patrimonio personale ma sottovaluti completamente i rischi legati a quello aziendale. Una distrazione, se così vogliamo definirla, che può portare anche a tragici epiloghi come il fallimento dell’azienda stessa e la perdita di tutti i mezzi di produzione, rendendo di fatto impossibile, anche e solamente, il riprendere una nuova attività una volta passata la tempesta.

Del resto chi svolge attività di impresa è continuamente soggetto a rischi dovuti a crisi economiche globali o di specifici settori (vedi ad esempio il periodo del Coronavirus che ha messo letteralmente in ginocchio migliaia di partite IVA), può accumulare debiti e vedere i propri beni personali e aziendali aggrediti dai creditori; senza dimenticare il Fisco che non sta certo con le mani in mano di fronte a chi non ha versato quanto dovuto alla casse dell’Erario.

Esistono molti strumenti in grado di garantire la separazione del patrimonio aziendale da quello personale, proteggendolo da eventuali azioni esecutive dei creditori, Stato o delle banche. In questo lavoro parleremo del Trust e Holding.

"Perché mettere al sicuro il patrimonio aziendale?."


Prima di andare a vedere come tutelare il patrimonio, diremo che:

– esistono due tipologie di patrimonio

– e perché si dovrebbe proteggere.

Uffici, capannoni, pc, attrezzature, costituiscono quell’insieme di beni materiali che appartengono all’azienda e costituiscono il patrimonio aziendale. Tutti beni connessi e riconducibili solo all’imprenditore, come l’auto o la casa costituiscono invece il patrimonio personale.

Chi fa impresa, deve sapere che, il proprio patrimonio aziendale, è esposto a numerosi rischi in Italia. Alcuni di carattere economico o imprenditoriale o fiscali e di tassazione.

Proprio per questo, per evitare di perdere tutto si dovrebbe riflettere sulle strategie di difesa del patrimonio aziendale. Perché se non si sceglie una corretta forma giuridica, dei debiti dell’attività, l’imprenditore dovra rispondere con il patrimonio personale – il che significa perdere tutto.

Ogni imprenditore dovrebbe sempre attuare un processo di protezione del patrimonio per arrivare a scegliere lo strumento ideale per le proprie esigenze. Si tratta in sintesi per avvocati e commercialisti di dover ideare e cucire un abito su misura.

Che cos’è il Trust

Il Trust significa “ fiducia” ed è uno strumento di protezione del patrimonio di origine anglosassone. Si tratta di un negozio giuridico ( un contratto) nel quale un soggetto che riceve l’incarico di gestire e conservare il patrimonio, per conto di colui che possiede i beni.

Nel Trust abbiamo diversi soggetti:

– Disponente, colui che è in possesso dei beni e decide di spossessarsi mettendoli in un patrimonio separato per proteggerli oppure per raggiungere un determinato scopo.


– Trustee, colui che è incaricato dal disponente alla gestione dei beni secondo le direttive impartite da quest’ultimo. Si tratta di una figura che, per svolgere questo ruolo, deve essere in possesso di determinate competenze professionali.

– Beneficiari, coloro che ricevono i frutti o divento possessori dei beni in Trust;

– Guardiano, colui che, se si ritiene opportuno, deve controllare sull’operato del Trustee.

Il Trustee, in pratica, gestisce i beni nei limiti stabiliti e li amministra al fine di preservarli e farli fruttare, nell’interesse dei beneficiari indicati dal disponente.

L’obiettivo principale è la segregazione del patrimonio.

I beni in Trust, infatti, costituiscono un patrimonio separato e autonomo rispetto al patrimonio del disponente, del Trustee e dei beneficiari.

La conseguenza è che, questi beni, non potranno essere richiesti dai creditori di tali soggetti.

Il Trust ha una durata prestabilita al termine della quale, il negozio si scioglie e i beni vengono assegnati ai beneficiari che si distinguono in due categorie:

– beneficiari di reddito che godono dei frutti del Trust.

– beneficiari finali sono coloro che riceveranno il fondo in Trust e che ne acquisiscono la proprietà.

Il Trust, oltre a richiedere numerosi soggetti per essere applicato, è uno strumento delicato e non facile da utilizzare.

Sulla revocabilità del Trust.

Il contratto di trust può essere revocato, ad esempio, quando lo stesso soggetto risulta essere disponente, Trustee e anche beneficiario.

In questo caso, è evidente che il Trust non sta svolgendo il ruolo per il quale è stato chiamato, non c’è alcun motivo né alcun obiettivo valido e trasparente.


In una situazione del genere, il Trust viene solo utilizzato per mettere a riparo il patrimonio dai possibili attacchi dei creditori (fornitori, banche e Fisco).

Funzione che, andrebbe fatta meglio con altri strumenti.

Tra l’altro, il disponente dopo aver contratto l’atto, non può dire al Trustee cosa deve fare con il patrimonio, altrimenti il contratto si scioglie e il patrimonio non viene più protetto.

Sostanzialmente, il limite del Trust è il suo vantaggio perché il patrimonio viene segregato.

Rispettando queste regole il Trust è valido.

Profili tributari del Trust.

Procediamo ora ad una disamina sulla fiscalità ai fini delle imposte dirette dei TRUST e del loro utilizzo quale strumento per eventuali forme di ottimizzazione fiscale a confronto con l’utilizzo di strumenti societari classici, quali ad esempio le holding di partecipazione, fatto salvo ovviamente l’effetto principale tipico del trust che consiste nella segregazione dei beni in esso confluiti, in forza del quale essi non sono escutibili da parte di eventuali creditori del disponente.

Ovviamente si ritiene doveroso sottolineare che gli aspetti fiscali ed eventuali vantaggi, non dovrebbero rappresentare l’unico motivo per istituire un trust.

L’ Amministrazione finanziaria, difatti, ai sensi dell’art.37 bis D.p.r. 600/73 potrebbe disconoscere gli effetti della segregazione dei beni in trust qualora lo stesso sia costituito con l’unico obiettivo di elusione fiscale.

L’Amministrazione finanziaria è intervenuta sul tema del Trust con due circolari la 48/E e la 61/ e del 27 dicembre 2010.

Con la circolare 48/e l’Agenzie delle Entrate ha ribadito la soggettività tributaria dei trust, estendendo allo stesso l’imposta tipica della società (IRES), DEGLI ENTI COMMERCIALI E DEGLI ENTI NON COMMERCIALI.

Individuando, ai fini della tassazione due categorie di trust, “trasparenti” e “opachi”: la prima con beneficiario di reddito individuati, i cui redditi sono imputati per trasparenza direttamente in capo ai beneficiari, la seconda senza beneficiari di reddito individuati i cui redditi sono attribuiti direttamente in capo ai trust. E’ tuttavia possibile istituire un trust al contempo opaco e trasparente, disponendo che parte dei redditi sia ai beneficiari individuati , parte del reddito sia accantonata in trust.

A questa differenziazione si aggiunga quella, già’ vista, che differenzia i trust in commerciali ed in non commerciali.

E’ altresì doveroso, a questo punto menzionare nuovamente che è vigente nel nostro ordinamento tributario un norma, ossia l’art. 4 comma 1 lettera g, del d.lgs. 344/2003 che disciplina la tassazione dei dividendi percepiti dagli enti non-commerciali, cioè la natura di una larga fetta dei trust istituiti, la quale recita che gli utili percepiti, anche nell’esercizio d’impresa, dagli enti non-commerciali, non concorrono alla formazione del reddito imponibile, in quanto esclusi nella misura del 95% del loro ammontare.

Fatte queste premesse si metterà a confronto la tassazione di un trust che detenga partecipazioni in una società di capitali s.r.l.( società X ) rispetto al fatto che dette partecipazioni siano detenute da un holding di precisazioni s.r.l., ipotizzando che da dette partecipazioni siano ottenuti dividendi o altresì’ che le stesse possano essere cedute con realizzo di plusvalenze.

Ipotizzando altresi’ che:

sia la holding s.r.l. che il trust siano soggetti residenti;

il trust sia ente non-commerciale;

le partecipazioni detenute abbiano i requisiti della partecipation exemption;

i soci della s.r.l. ed i beneficiari del trust siano tutti persone fisiche residenti;

l’aliquota marginale irpef sia del 43%;

Le partecipazioni nella holding da parte dei soci persone fisiche siano tutte qualificate;

La società X distribuisce dividendi per euro 100.000.

Dividendi percepiti dalla Holding s.r.l.

1) Dividendi distribuiti; € 100.000

2) Imponibile Hoding s.r.l. (5%) € 5.000

3) Imposta IRES Holding (27,50% di 5.000) € 1.375

4) Dividendo distribuito da holding netti imposte € 98.625

5) Imponibile IRPEF soci ( 98.625 49,72% ) € 49.036

6) Imposta IRPEF soci ( 49.036 43% ) € 21.085

TOTALE IMPOSTE HOLDING E SOCI € 22.460

Ora vediamo i dividendi percepiti dal trust opaco non-commerciale

1) Dividendi distribuiti € 100.000

2) Imponibile trust (5%) € 5.000

3) Imposta IRES trust ( 27,50% 5.000) € 1.375

4) Erogazione ai beneficiari imposte € 98.625

5) Imponibile ai beneficiari € 0

6) Imposta beneficiari € 0

TOTALE IMPOSTE TRUST E BENEFICIARI € 1.375

Ora analizziamo il caso in cui la holding e il trust realizzino una plusvalenza di euro 100.000 per la cessione della partecipazione qualificata nella società X, e poi detta plusvalenza sia distribuita ai soci della Holding o ai soci beneficiari del trust, soci le cui partecipazioni siano qualificate.

Plusvalenze realizzate dalla Holding

1) Plusvalenze realizzate € 100.000

2) Imponibile Holding s.r.l.(100.0005%) € 5.000

3) Imposta IRES Holding ( 27,505.000) € 1.375

4) Dividendo distribuito da holding netto imposte/td> imposte € 98.625

5) Imponibile IRPEF soci/td> € 49.036

6) Imposta IRPEF soci/td> €21.085

TOTALE IMPOSTE HOLDING s.r.l. E soci ( 1.375 + 21.085) € 22.460

Plusvalenze realizzate dal trust opaco non commerciale che detiene partecipazioni come socio non qualificato

1) Plusvalenze realizzate dal trust € 100.000


2) imponibile IRES trust ( 100.000 49,72%) € 49.720

3) Imposta IRES trust ( 27,50% 49.720) € 13.673

4) Erogazione ai beneficiari € 86.327

5) Imponibile beneficiari € 0

6) Imposta beneficiari € 0

TOTALE IMPOSTA TRUST E BENEFICIARI ( 13.673 ) € 13.673

Riepilogando le situazioni sopra proposte è chiaro come il trust consenta di ottenere un vantaggio fiscale in termini di tassazione rispetto ad una società holding, sia nel caso di percezione dei dividendi sia in occasione di realizzazioni di plusvalenza.

Dividendi qualificati percepiti da holding imposte 22.460 22,46%

Dividendi qualificati percepiti da trust imposte 1.375 1,37%

Plusvalenze qualificate realizzate da Holding imposte 22.460 22,46%

Plusvalenze qualificate realizzate da trust imposte 13.673 13,67%

E’ facile dimostrare come le stesse conclusioni si potrebbero ottenere nei casi di trust trasparente e/o partecipazioni e/o dividendi cd non qualificati.

La Holding.

Con questa espressione si intende un gruppo di aziende che sono legate da rapporti di partecipazione azionaria dove holding significa detenere.

La holding, detta anche società madre o società capogruppo, detiene le azioni di un gruppo di società e, in questo modo, riesce a controllarle e a decidere la politica aziendale dell'intero gruppo.

Le holding si differenziano in:

holding pure, nel caso in cui la capo gruppo si limita a svolgere un'attività finanziaria, cioè un'attività di semplice controllo delle società del gruppo.


holding miste, quando la società capo gruppo affianca, all'attività finanziaria che è quella prevalente, anche un'attività di produzione o di scambio di beni o servizi.

La Holding è una società che detiene proprietà immobiliari o quote di partecipazione in altre società (partecipazione che può essere in parte o piena).

Si tratta di uno strumento dal potenziale incredibile.

Infatti, oltre alla protezione del patrimonio, abbina anche un’ottimizzazione anche a livello fiscale (che in Italia è assai rilevante viste le tasse).

Ciò che rende unica la società\ Holding è l’assenza totale di rischi imprenditoriali.

La gestione e la tutela del patrimonio familiare non è mai una cosa semplice e molto spesso si corre il rischio di utilizzare strumenti di protezione che sono assolutamente inadeguati.

La Holding è di fatto una società c.d. madre, ed in quanto tale detentrice di beni che non sono soggetti ad espropriazione, mentre la società c.d. figlia è quella commercialmente operativa ed in quanto tale esposta a rischi commerciali e di espropriazione.

L’utilizzo della Holding – in questo senso – può rappresentare lo strumento migliore perché consente di:

– gestire patrimoni mobiliari e immobiliari (riscossione di affitti di uno o più immobili);

– avviare un’attività di organizzazione e trasferimento del patrimonio tra i soggetti di una stessa famiglia.

Tutto ciò che entra nella Holding non può essere toccato – immobili, beni immobili, attività finanziarie.

Mentre il creditore o il Fisco, ad esempio, può farsi valere sulla società figlia, cioè quella operativa.

Molti imprenditori, non solo solo sottovalutano la protezione del patrimonio, ma anche le potenzialità della Holding.


Pensano subito sia solo uno strumento per ricchi imprenditori – il classico Agnelli di turno – e che sia difficile da gestire.

Niente di più sbagliato.

La Holding può essere utilizzata anche per i piccoli imprenditori ed è facile da gestire (a volte non ha nemmeno fatture da contabilizzare).

A differenza del Trust, dove il patrimonio possiamo dire non sia più del disponente, ma viene affidato nelle mani del Trustee, nella Holding è sempre il titolare a gestirlo.

Il problema della revocabilità, riscontrato nel Trust, nella Holding non esiste.

Questo è uno degli elementi che determinano la grandezza e la differenza che c’è tra Trust e Holding.

Poi, ovviamente, vanno anche viste le esigenze dell’imprenditore, ma generalmente, l’imprenditore italiano è abituato ad accentrare la gestione del patrimonio su se, senza doverlo trasferire ad altri per gestirlo e proteggerlo (come nel Trust).

Tra l’altro, la Holding, offre anche degli incredibili vantaggi fiscali che, in Italia, sono sempre graditi vista la propensione continua all’aumento delle tasse.

La Holding di famiglia.

Il presente contributo deve necessariamente essere letto congiuntamente al primo (“La tutela del patrimonio della famiglia: il fondo patrimoniale, il trust, il patto di famiglia, le holding di famiglia e l’intestazione fiduciaria. Introduzione agli istituti”) nel quale vengono presentate le principali caratteristiche degli strumenti di protezione patrimoniale maggiormente utilizzati tra i quali rientra l’holding di famiglia.

La c.d “holding” di famiglia è una società detentrice di partecipazioni controllata dai componenti di una stessa famiglia avente lo scopo di:

tutelare il patrimonio della famiglia; e, garantire un adeguato passaggio generazionale che consenta di dirimere le tipiche controversie dovute ad una gestione di tipo familiare (i.e. conflitti tra eredi).


Per “holding”, termine di origine inglese ed abbreviazione di holding company (ormai entrato nel nostro dizionario e sinonimo di “capogruppo”), deve intendersi un qualsiasi soggetto controllante appartenente ad un gruppo societario che esercita nei confronti delle proprie controllate un’attività di direzione e coordinamento come previsto dall’art. 2497 e s.s. del cod. civ..

In tal contesto, tutte le società appartenenti al gruppo sono assoggettate al controllo ovvero all’influenza della holding che le dirige e coordina secondo un disegno unitario.

Le diverse tipologie di holding

In via preliminare è opportuno precisare che le holding possono essere qualificate in due principali tipologie:

holding pura (ovvero finanziaria) che si limita a gestire le proprie partecipazioni nelle altre società appartenenti al gruppo. In questo caso la capogruppo non esercita alcun tipo di attività produttiva di beni o servizi, né in modo diretto, né indiretto.

holding impura (ovvero mista, operativa o industriale) quando essa svolge, oltre all’attività di direzione e coordinamento nei confronti delle proprie controllate, anche un’attività industriale o commerciale di produzione o di scambio di beni o servizi.

L’attività di holding può essere esercitata attraverso differenti tipologie societarie a seconda delle esigenze di volta in volta riscontrate.

La distinzione fondamentale riguarda la differente responsabilità in capo ai soci in caso di società di persone o società di capitali a prescindere dal requisito della commercialità ex art. 2195 cod. civ. stante la non commercialità dell’attività di mera detenzione di partecipazioni.

Per quanto riguarda le società di persone, la holding familiare può assumere la forma di Società semplice, Società in nome collettivo o Società in accomandita semplice.

La Società semplice (S.s.) offre numerosi vantaggi. In primo luogo permette ai soci un’ampia discrezionalità nella regolamentazione dei rapporti sia interni che esterni come nella gestione del grado di partecipazione agli utili, non è obbligata alla tenuta delle scritture contabili, le si applica una tassazione per trasparenza e non richiede particolari


formalità in sede di costituzione. La Società semplice si espone però ad alcuni limiti quali: la responsabilità illimitata dei soci per le obbligazioni sociali ex art. 2267 cod. civ., la possibilità per il creditore personale del socio di chiedere la liquidazione della quota e le difficoltà che si incorano in sede di trasformazione della Società semplice in società commerciale.

La Società in nome collettivo (S.n.c.) e la Società in accomandita semplice (S.a.s.) sono entrambe società di persone aventi natura commerciale con contestuale obbligo di tenuta delle scritture contabili e di obblighi dichiarativi più complessi rispetto alla S.s.. In questo caso i redditi percepiti dalle società figlie sono considerati redditi di impresa sia in capo alla società holding che in capo ai soci. Sia la S.n.c che la S.a.s. godono di un’ampia marginalità di organizzazione interna ed esterna con l’impossibilità del creditore personale di un socio di chiedere la liquidazione della sua quota finché dura la società. Inoltre, attraverso il meccanismo dalla S.a.s., è possibile pianificare e gestire le dinamiche di passaggio generazionale soprattutto nei casi in cui vi siano dei componenti della famiglia interessati all’amministrazione (i.e. soci accomandatari – illimitatamente responsabili) della società mentre altri ne siano disinteressati (i.e. soci accomandanti – limitatamente responsabili).

Per quanto riguarda le società di capitali, la holding familiare può assumere la forma di Società a responsabilità limitata, Società per azioni o Società in accomandita per azioni.

Senza voler scendere troppo nel particolare, la holding di famiglia costituita in forma di società di capitali si espone indubbiamente a costi di gestione più alti ed a dinamiche gestionali ben più complesse.

Per converso, i soci sono limitatamente responsabili per le obbligazioni assunte dalla società, possono affidare l’amministrazione della società a soggetti terzi, adeguando così la governance societaria alle proprie esigenze e possono pianificare la struttura societaria e tributaria in considerazione delle proprie esigenze.

Schematicamente, le principali caratteristiche dell’holding di famiglia sono le seguenti:

i soci sono componenti della stessa famiglia o dello stesso ramo famigliare;


il controllo dell’holding è unitario e concentrato nelle mani del socio fondatore e/o dei soci fondatori;

i soci fondatori conferiscono nella holding le partecipazioni detenute nelle società appartenenti al gruppo;

i conflitti familiari vengono gestiti unicamente a livello di holding senza riflessi nelle differenti società del gruppo;

è garantita la possibilità di controllo diretto ed unitario delle società controllate appartenenti al gruppo;

è garantita la stabilità della governance e del “disegno unitario” di gruppo impartito dalla holding;

è possibile operare specifiche scelte in tema di corporate governance attribuendo l’amministrazione dell’holding ad un soggetto (ovvero a più soggetti) autonomi ed indipendenti rispetto alla famiglia;

tramite la stipula di specifiche clausole statutarie e/o patti parasociali è possibile garantire il mantenimento di uno specifico assetto proprietario ovvero regolare alcuni specifici aspetti relativi ai soci ed alle generazioni future.

La fiscalità delle holding

L’esame della fiscalità delle holding deve tenere conto delle diverse tipologie di società che possono esercitare la funzione di capogruppo nonché della diversa attività esercitata dalle medesime.

In particolare, sotto il primo profilo, la società holding è tassata nelle forme ordinarie di tassazione applicabili per la tipologia societaria scelta (i.e. società di persone o società di capitali). Ad esempio, ai fini Ires, i dividendi distribuiti dallo società partecipate sono imponibili (a determinate condizioni) per il 5% (pari a un’imposta dell’1,2%, stante la nuova aliquota Ires del 24%), nell’esercizio in cui sono percepiti.

Con riferimento al secondo profilo, deve valutarsi la tipologia di attività esercitata dalla capogruppo.

Così, le c.d. “holding pure” che esercitano un’attività consistente in via esclusiva o prevalente nell’assunzione di partecipazioni possono essere assoggettate ad un regime


fiscale e contabile differente dalle c.d. “holding miste”, le quali esercitano anche altre attività industriali, commerciali, immobiliari, di prestazione di servizi, etc.

In particolare, le holding iscritte nell’elenco ex art. 113 del Tub redigono il bilancio secondo gli schemi civilistici mentre le holding iscritte negli elenchi ex artt. 106 e 107 redigono il bilancio secondo le norme sugli enti finanziari e creditizi previsti della Banca d’Italia e secondo i principi contabili internazionali Ias/Ifrs.

Inoltre, ai normali regimi impositivi si affiancano però due regimi speciali di particolare rilievo: il regime di participation exemption (PEX) ed il regime di consolidato fiscale nazionale.

La PEX è un regime impositivo favorevole applicabile alle plusvalenze realizzate a seguito della cessione di partecipazioni e solo a condizione che sussistano determinati requisiti qui di seguito riportati:

a) ininterrotto possesso dal primo giorno del dodicesimo mese precedente quello dell’avvenuta cessione considerando cedute per prime le azioni o quote acquisite in data più recente;

b) classificazione delle partecipazioni nella categoria delle immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio chiuso durante il periodo di possesso;

c) ininterrotta residenza fiscale della società partecipata in uno Stato che garantisce lo scambio di informazioni;

d) ininterrotto esercizio da parte della società partecipata di un’impresa commerciale secondo la definizione di cui all’articolo 55 del DPR n. 917/86 (con esclusione delle società il cui patrimonio è prevalentemente costituito da immobili non strumentali).

In particolare, per le partecipazioni in società la cui attività consiste in via esclusiva o “prevalente” nell’assunzione di partecipazioni (i.e. holding pure ovvero miste), i requisiti di cui alle lettere c) e d) si riferiscono alle società indirettamente partecipate e si verificano quando tali requisiti sussistono nei confronti delle partecipate che rappresentano la maggior parte del valore del patrimonio sociale della partecipante.

A tal fine la “prevalenza” va verificata attraverso un confronto con il valore effettivo del patrimonio sociale: se più della metà del valore effettivo del patrimonio sociale è rappresentata da partecipazioni, l’attività di detenzione di partecipazioni è prevalente.


Alla luce di ciò, qualunque società operativa che possa detenere partecipazioni può essere qualificata come holding (c.d. mista o spuria) nel caso in cui soddisfi i criteri sopra riportati ed essere assoggettata al regime di PEX.

Per le società di persone è invece previsto un regime di participation exemption meno agevolativo.

Infatti, le predette plusvalenze non concorrono a formare il reddito imponibile in quanto esenti limitatamente all’incirca al 55% del loro ammontare.

Sotto un diverso profilo, per quanto riguarda il regime di consolidato fiscale nazionale, esso può essere adottato dalle holding in relazione ad una soltanto o più società dalla stessa controllate.

Tale regime permette la determinazione di un reddito complessivo IRES per tutte le società partecipanti e rappresentato dalla somma algebrica di ogni base imponibile che risulta dalla dichiarazione dei redditi di ogni società.

Conclusione

In conclusione, la holding famigliare può essere un utile strumento teso alla conservazione del patrimonio della famiglia, a garantire un adeguato passaggio generazionale e ad una peculiare pianificazione societaria e fiscale.

La scelta della tipologia societaria mediante la quale costituire una holding familiare varia profondamente in considerazione delle esigenze della famiglia stessa.

Così, ad esempio, nel caso di famiglia composta da pochi soggetti solo una parte dei quali interessati alle dinamiche gestionali, la forma astrattamente più idonea sembrerebbe essere la Società in accomandita semplice.

Al contrario, nel caso di famiglia composta da numerosi soggetti e con un considerevole patrimonio che vede la partecipazione anche in società estere, sembrerebbe preferibile la costituzione della holding familiare nella forma di Società per azioni in modo da poter


avere una gestione professionale della società ed al contempo ridurre il più possibile i rischi dovuti alle tipiche problematiche connesse alla conduzione familiare.

Facciamo un esempio.

Lo schema su cui si basa questo modello societario è una sorta di rapporto tra una società madre (controllante) e, una o più, società figlie (controllate). Supponiamo, ad esempio, che un imprenditore abbia creato una holding in cui sono confluite le quote di una società SRL di sua proprietà.

In questo caso, per prima cosa, la holding non dovrà versare alcun contributo INPS per il semplice fatto che il titolare delle quote non sia una persona fisica, ma un’altra società. Aggiunto a questo considerevole vantaggio, l’imprenditore potrà beneficiare di un ulteriore “enorme” vantaggio fiscale pagando solamente l’1,2% di IRES sugli utili prodotti e già tassati nella società figlia.

E’ però utile ricordare che, per quanto concerne la contribuzione INPS, sarà comunque da versare nel caso in cui la società figlia sia una SNC o una SAS, visto che le partecipazioni sono classificate sempre come reddito di impresa e non come un reddito di capitale, non soggetto a contribuzione previdenziale.

Un altro esempio.

supponiamo che il Signor Rossi e il Signor Verdi siano due imprenditori, il primo titolare di una holding e il secondo unico proprietario di una società intestata a suo nome. Entrambi chiudono l’anno con ricavi pari a 500mila euro. Vediamo cosa accade a livello fiscale:

Sig.Verdi proprietario di una SRL ordinaria: l’utile lordo di 50mila euro dovrà subire una tassazione del 27,9% (IRES 24% + IRAP 3,9) riducendo il ricavato a 36.050 euro. Ma non è finita qui, infatti lo stesso Sig.Verdi sarà costretto a pagare anche i contributi INPS sulla totalità del reddito della sua impresa, indipendentemente dal fatto che percepisca o meno gli utili: 24% su 50.000 = 12.000. Fatte queste due decurtazioni, l’utile prima delle imposte di 50.000 € si ridurrà fino a 24.050. Se consideriamo poi che qualora lo stesso decidesse di distribuire a se stesso, parte o interamente quell’utile rimasto, si troverebbe a dover versare un ulteriore imposta sostitutiva del 26%, insomma un salasso!

Sig. Rossi proprietario di una holding: la holding del Sig.Rossi riceve tutti gli utili derivanti dalle varie attività e già tassati in seno alle società figlie. Quindi nella cassa della holding


finiscono 36.050 euro; a questo punto entra in gioco la PEX: solo il 5% degli utili conflutiti nella holding costituiranno la base imponibile ai fini IRES. In pratica, l’imposta che dovrà pagare la holding sull’utile proveniente dalla società figlia sarà pari all’1,2% di quanto incassato (36.050 € x 1,2% = 433 €).

Nel calcolo delle imposte da pagare dal signor Rossi, proprietario della holding, non è presente il prelievo per i contributi previdenziali, infatti, una holding che detiene quote di una SRL, non potrà mai essere considerata come un socio lavoratore e perciò non dovrà nemmeno versare i contributi INPS.

E’ chiaro che l’esempio fatto sia estremo e, normalmente le SRL figlie hanno un socio persona fisica, magari lo stesso proprietario della holding con una quota societaria minima sul quale pagare le imposte come il sig. VERDI, quindi anche i contributi previdenziali, oppure, che lo stesso sig. ROSSI sia anche amministratore della società figlia e percepisca come tale un reddito minimo sul quale pagherà l’INPS e le ritenute all’erario, ma sarà un minimo rispetto alla totalità degli utili che confluiranno nella holding (un minimo che giustifichi comunque il tenore di vita del Sig. Rossi, sia chiaro).

La Società Semplice.

Se la holding rappresenta un mezzo di pianificazione e tutela del patrimonio al pari di altri strumenti, ci sono però opportunità decisamente meno sofisticate ma che possono dimostrarsi delle valide soluzioni. Basta avere una buona conoscenza delle regole di diritto societario per rendersi conto come esistano strumenti di protezione alquanto efficaci senza dover ricorrere a trust, contratti fiduciari, fondi patrimoniali, ecc.

Un esempio sono le società di persone per il semplice fatto che, secondo quanto stabilito dall’articolo 2252 del Codice Civile, il contratto sociale è modificabile solo con il consenso di tutti i soci. In pratica, non è possibile introdurre nuovi soci né tantomeno sostituire quelli esistenti, a patto che non ci sia il parere unanime e favorevole di ogni socio. La diretta conseguenza di quanto appena affermato è che le quote di una società di persone non sono soggette ad esecuzione forzata durante la vita della società stessa. Tuttavia, il legislatore ha lasciato totale autonomia decisionale ai soci che possono anche inserire nell’atto costitutivo una delibera per consentire la trasferibilità delle quote. Si tratta di un’opzione non consigliabile poiché potrebbe portare all’esproprio della quota.


In presenza di un creditore particolare del socio, costui potrà solamente avviare atti conservativi sulla quota procedendo al sequestro conservativo in attesa che la società venga liquidata. Per le società semplici il creditore ha diritto a richiedere la liquidazione della quota solo se gli altri beni in capo al debitore risultano insufficienti a soddisfare il credito. In definitiva, nelle società di persone la liquidazione delle quote è ammessa ma non il loro esproprio, tranne nei casi in cui le quote siano trasferibili senza il consenso dei soci.

Ricordiamo che le azioni conservative sono possibili anche sugli utili spettanti ai soci a seguito dell’approvazione al rendiconto. Anche in questo caso, conoscendo le possibilità offerte dalle regole del diritto societario, è possibile aggirare il problema: è sufficiente introdurre nello statuto sociale una specifica clausola ostativa all’approvazione del dividendo, in modo da ottenere la non escussione dei dividenti stessi. Per eludere il precetto normativo basterà dare la possibilità ai soci di destinare gli utili alla capitalizzazione della società.

Società semplici: ideali per le holding di famiglia.

La scelta di una società semplice, per quanto possa sembrare banale e poco tutelante per la forma piuttosto elementare della società stessa, infatti questo tipo di società di persona può essere utilizzata solamente per attività economiche non commerciali, in un contesto più ampio può diventare il miglior contenitore dei beni famigliari se costituita come holding di famiglia.

I vantaggi dell’utilizzo di una società semplice sono svariati: in primo luogo parliamo di imprese elementari e con costi di gestione e costituzione assai modesti con tutta una serie di altri vantaggi che possono davvero mettere al riparo il patrimonio confluito al suo interno dalle burrasche del mercato.

Altro aspetto fondamentale delle società semplici è che essendo imprese non commerciali non sono soggette al fallimento, e questo da solo potrebbe già bastare per comprendere come i beni confluiti al loro interno possono stare al sicuro, indipendentemente dalle vicissitudini personali più o meno fortunate dei membri della famiglia che fanno parte della compagine societaria.


Tra le altre cose, non sono previste assemblee dei soci, non è necessario versare un minimo di capitale sociale (basta un conto bancario intestato alla società in cui conferire i denari della società ma, soprattutto, è assente qualsiasi tipo di adempimento burocratico obbligatorio (dal deposito del bilancio, alla costituzione di organi societari obbligatori, e non esiste nemmeno l’obbligo di costituzione mediante atto notarile pubblico. E’ sufficiente una scrittura privata redatta da un buon commercialista esperto in materia).

Aspetto che la mette al riparo da molte ingerenze esterne è il fatto che sia necessario il consenso di tutti i soci per le modifiche all’atto costitutivo, fuorché nello stesso documento non sia espressamente previsto il contrario.

Fiscalmente la società in se e per se, non potendo svolgere alcuna attività commerciale, non è soggetta a tassazione alcuna, eventuali utili vengono tassati per trasparenza direttamente in capo ai soci e non può essere soggetta ad alcuna verifica fiscale dato che non è una società commerciale.

Insomma, un modello societario poco costoso e snello per poter diventare una vera e propria cassaforte di famiglia.

Disciplina della società semplice

Le possibilità di utilizzo della società semplice sono davvero notevoli sotto vari profili, ma una circostanza va chiarita subito: il concetto di “cassaforte”, applicato alle ipotesi in cui gli assets familiari richiedano una gestione unitaria attraverso uno strumento specifico, evoca l’idea di una duratura impermeabilità dei beni che compongono il patrimonio del veicolo, rispetto alle vicende della vita personale e patrimoniale dei soci che hanno contribuito alla formazione di quello specifico patrimonio.

Nella società semplice ciò non accade, o quanto meno non accade in linea generale.

Ciò in quanto il patrimonio conferito dal socio non trova nella società semplice uno schermo protettivo, a tutela della sua integrità, tale da renderlo inattaccabile da aggressioni di terzi.

La disciplina delineata dal codice civile (art.2252) subordina la modifica del contratto sociale al consenso di tutti i soci, circostanza che – secondo l’orientamento della giurisprudenza di merito e legittimità – determina l’impossibilità per le quote di una società di persone di essere oggetto di esecuzione forzata da parte del creditore particolare del socio, in quanto il primo verrebbe a sostituirsi al secondo, comportando una modifica forzata del rapporto sociale che prescinde dalla volontà degli altri soci, e che quindi per sua natura è inconciliabile con il carattere tipico delle società di persone le quali privilegiano la componente “personalistica” dei partecipanti al contratto sociale (sul punto, Cass. n. 15605/02).

All’aggressione del creditore particolare del socio, quindi, la società semplice offre una forma di resistenza, tuttavia limitata alla costanza del rapporto societario, potendo il creditore, ai sensi dell’art. 2270 c.c. compiere atti conservativi sulla quota spettante al socio nella fase liquidazione.

Inoltre, il successivo comma 2 dello stesso articolo, prevede che se gli altri beni del debitore non sono sufficienti a soddisfare il creditore particolare, questi può chiedere in ogni tempo la liquidazione della quota del suo debitore.

Quanto esposto ha la sua valenza fintanto che i soci, in sede di costituzione, non abbiano previsto la libera trasferibilità delle quote, scelta che se effettuata, in un’ottica di maggiore autonomia nella gestione e circolazione del proprio patrimonio, determina inevitabilmente l’applicazione delle regole ordinarie, con possibilità di espropriazione della quota della società semplice anche nelle ipotesi in cui sia stato previsto il diritto di prelazione in favore degli altri soci.

Possiamo quindi dire, pacificamente, che conferendo dei beni in società semplice, non si determina quel livello di intangibilità del patrimonio che caratterizza altri strumenti (si pensi al Trust o alle Polizze) i quali comunque consentono di gestire unitariamente un complesso eterogeneo di assets, ma con un livello di segregazione che possiamo definire totale.

Vantaggi della società semplice

Non una “cassaforte”, quindi, ma un “contenitore”.

Un contenitore, tra l’altro, straordinariamente valido, in quanto la società semplice presenta dei macro pregi di eccezionale rilevanza, che su alcuni aspetti rendono questo veicolo di gran lunga preferibile ad altri strumenti a servizio della pianificazione patrimoniale.

Primo su tutti: la società semplice ha limitatissimi obblighi di natura formale, non ci sono organi sociali obbligatori, obblighi di bilancio, ed obblighi di tenuta delle scritture contabili (ai sensi dell’art. 2214). Inoltre, la società semplice, non potendo svolgere attività commerciale, non è un soggetto fallibile.

Ulteriore vantaggio, è dato dalla rilevante autonomia statutaria che consente ai soci di regolare, secondo le loro esigenze, la struttura organizzativa ed i propri rapporti.

Utilizzo in ambito familiare

Ed è qui che l’utilizzo nelle realtà familiari trova la sua massima esaltazione, laddove l’imprenditore/genitore voglia iniziare a strutturare il suo patrimonio in un’ottica anche successoria.

Spesso i soggetti spaventati dal concetto di “spossessamento” (e che per questo motivo ripudiano il ricorso al Trust) ma con una maggiore familiarità verso i veicoli societari, che gli consentono comunque una forma di godimento diretto del patrimonio, trovano nello statuto sociale, modellabile secondo le proprie esigenze più disparate, un valido alleato.

E’ facilmente prevedibile, infatti, se il patrimonio vuole essere messo esclusivamente a servizio della famiglia nucleare, che le quote sociali debbano circolare solo all’interno della famiglia, escludendo, ad esempio, per espresso patto scritto, i non consanguinei e così limitando la circolazione delle quote solo in favore di alcuni soci/familiari, per evitare la dispersione del patrimonio al momento in cui la famiglia, inevitabilmente, si allargherà con l’ingresso di coniugi e figli.

Ed allo stesso tempo, potrà regolarsi anche la modalità di liquidazione della quota stessa in capo all’erede (clausola quanto mai opportuna nei casi di società con assets prevalentemente illiquidi), prevedendo che questa possa avvenire anche in natura, con criteri che possano predeterminarne il valore, i tempi di attribuzione, e tutte le ulteriori ipotesi valide sia ad evitare dissidi con l’erede, e sia scompensi per la società ed il suo patrimonio.

Previsione delle clausole

Possono essere costruite delle clausole per regolare le necessità più disparate, ivi comprese quelle determinate dalla presenza di figli che sono portatori di particolari esigenze, o che non si ritengono idonei ad una gestione autonoma della ricchezza familiare.

In tali casi, possono essere inseriti nella compagine societaria dei soci d’opera (il commercialista o l’avvocato di famiglia), i quali ritraggono la loro partecipazione dalla circostanza che svolgono attività di consulenza nei confronti della società.


Il ruolo di questi soggetti fa sì che, al momento in cui verrà a mancare il genitore/imprenditore, il figlio/socio portatore di esigenze particolari, o non ancora autonomo nella gestione del patrimonio di famiglia, debba ottenere dai soci d’opera il consenso per compiere determinate operazioni (ad esempio il disinvestimento dei titoli) e che queste vengano autorizzate sulla base di particolari circostanze (acquisto prima casa, avvio di attività) dai soci a tal scopo preposti.

Tale specifica circostanza rende la società semplice come alternativa più flessibile (e più economica) del Trust, senza privare l’erede della possibilità di attingere dal patrimonio di famiglia, che però, inserito in un contenitore così strutturato e gestito con l’ausilio di controllori (o soci “cuscinetto”) rimane così intestato alla società, e gestito in maniera unitaria e funzionale.



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